6 maggio 2019

Pancione
Vino

Le 4 vite della vite.

di Andrea Ingrosso

Coltivare parole, vendemmiare immagini. Perché non si tratta solo di fare vino. C’è una terra. Uomini che la lavorano. Una storia che la racconta. E così, sentirla affinata nel vino che abbina la sua parte fissa, il vigneto, e la sua parte variabile, l’annata.

Quello che per primo sente la terra. Una volta tra gli abitanti della campagna ce n’era sempre almeno uno. Non sono cose che si dicono così per dire. C’è chi sente la musica ancora prima di comporla. E c’è davvero chi sente la terra ancora prima di coltivarla.

Quando capita, la cosa migliore da fare è piantare radici. Senza dare voce alle stonature della tecnica o al playback del marketing. Ma con la pazienza di seguire ogni giorno la sua esibizione live. Il concerto di una terra che trasmette la sua vocazione nelle note del vino.

Prendi una canzone. Dalla a 5 musicisti. Ognuno eseguirà il pezzo, ma ci metterà il proprio gusto. Il primo lo farà rock, il successivo farà un funky, l’altro la suonerà in jazz, l’altro ancora ne farà un folk, l’ultimo un blues. Una stessa canzone, 5 diverse interpretazioni.

Prendi una terra. Dalla a 5 vignaioli. Ognuno coltiverà il suo appezzamento, ma ci metterà il proprio sentire. È questo il terroir: la metafisica del vino. Il risultato dell’interpretazione di ciò che sente l’uomo nel suo legame con la terra. L’uomo, non il marketing.

Un legame che non è di proprietà fisica del vigneto, ma di corrispondenza metafisica con la terra che lo ospita. L'interpretazione di uno spazio terrestre, dove l’uomo riconosce una vocazione agricola, non solo vinicola. In quel luogo si intrecciano saperi umani, fattori ambientali, intuizioni extraterrestri. Così, quel legame rivelerà il senso del luogo: la sua originalità che ognuno potrà sentire solo in bocca.

Perché non si tratta solo di fare vino. C’è una terra. Uomini che la lavorano. Una storia che la racconta. Sentirla in ogni goccia di pioggia che l’ha bagnata, ogni raggio di sole che l’ha colpita, ogni filo d’aria che l’ha asciugata, ogni folata di vento che l’ha scossa. Perché non è il primo o l’ultimo freddo. Non è quel buio vicino o lontano che lo coglie impreparato. E nemmeno un giorno preciso. È invece il momento di un giorno qualunque, quando il vignaiolo guarda dalla finestra e vede le vigne nude. Dopo tanta esuberanza le viti tornano a essere legno e non sostegno. Sisvuotano della stagione appena trascorsa, alleggerite dal peso dei frutti, dalla numerosa leggerezza delle foglie. Lasciano andare tutto e si fanno memoria. Annata.

È riposo fisico anche per le vigne. Hanno condiviso 9 mesi di quotidiana fisicità e ora vigneti e vignaiolo si ritrovano a pensare a come sono legati nel profondo alla terra. Poi un giorno all’improvviso arriva una chiamata: è ora di potare. È solo febbraio, ma ritornare nelle vigne è per il vignaiolo già primavera. Le ha lasciate con i loro frutti che si staccavano tra le sue mani. Le ritrova pronte per il suo lavoro di mani.

In quel passaggio di consegne si saldano tutti i legami. Legami tra gli acini che nasceranno nella rete del grappolo. Legami tra i grappoli che cresceranno insieme nella vite. Legami tra le viti che si abbracceranno e daranno vita al vigneto. Legami tra le bollicine che si legano le une alle altre in quei fili che, come filari, scendono nella bottiglia e salgono nel bicchiere. Legami tra le note olfattive di sentori primari, secondari e terziari che sbocciano uno dopo l’altro in un bouquet di rosso vestito.

È per questi legami che l’uomo si lega alla sua terra. Un terra dura e secca spaccata dalle crepe. L’erba ingiallita tra i filari. L’aria densa di odori sprigionati dal caldo. La polvere che si alza a ogni passaggio. Lo sbalzo termico, tra la calura dei vigneti e il fresco della cantina. È uno scherzo della natura che a queste temperature la vite si vesta del suo abito più pesante. Bracci verdi di foglie esuberanti si allungano a proteggere i frutti della pianta. Grappoli pieni e sodi di succose polpe aspettano di rimbalzare dal giorno alla notte, da un estremo all’altro delle temperature.

È l’indispensabile fenomeno delle escursioni termiche che in ogni grappolo si traduce in un confronto chimico tra il carattere dell’acidità e la seduzione degli zuccheri. Dentro a ogni acino va in scena la quotidiana ricerca del loro perfetto equilibrio che determinerà il giorno della loro separazione dalla vite. Fuori, rimane solo la speranza che il tempo faccia il buono fino all’arrivo di quel giorno.

Perché il passaggio all’autunno non è mai così netto. Ci sono annate dove annuncia il suo arrivo anticipato. In altre, percepisci che si ritira in sé stesso per un’estate che si allunga oltre il suo naturale confine. Così, in questo disorientamento stagionale, tra gli equilibri negli acini e gli squilibri delle stagioni, il vignaiolo cerca un orientamento finale.

Fa calcoli, verifiche, previsioni. Chiede consiglio ai vecchi, resiste alle facili tentazioni. Aspetta. Poi, un giorno, mentre cammina tra i filari, annusa l’aria: si è fatta più leggera. Osserva la luce: si è fatta più tenue. È il segno che la forza generatrice di madre terra ha terminato la sua azione generosa. La natura assume l’istinto femminile di accoglienza: è tempo di raccogliere. Così, si riempiono le botti e le cisterne, le bottiglie e i bicchieri. Lì dentro tutti potranno sentire la terra in tutto il suo percorso. Tra le 4 vite della vite che intrecciano la sua parte fissa, il vigneto, e la sua parte variabile, l’annata.

Perché nel vigneto c’è la vite da coltivare e l’uva da trattare. Nell’annata ci sono i fenomeni climatici da gestire e le scelte vitivinicole da fare. Lasciare che la vigna sia quello che vuole essere nell’annata. Lasciare che l’annata esprima nel vino la sua origine: il vigneto. E trovare il punto di intersezione tra l’ordinata dell’anno e l’ascissa della terra. Il momento della vendemmia: una vendemmia cartesiana. Raccogliere, quindi esistere.

Andrea Ingrosso

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Un copywriter da prendere al volo. Benvenuto a bordo. In questo corridoio dove ti racconto che cosa posso fare per te. Organizzo la scrittura della tua brochure con parole puntuali per non perdere le coincidenze. Allaccio le cinture di sicurezza tra le frasi del catalogo perché l’attenzione di chi legge non precipiti. Intercetto nel tuo sito internet qualsiasi dirottamento imposto dai linguaggi. A bordo è prevista solo una classe, la lingua. Faccio decollare solo voli di linea diretti al lettore e senza gli scali tecnici delle forme istituzionali. Scelgo solo assistenti di volo capaci di mostrare l’immagine nelle parole di una campagna pubblicitaria. Evito tutti i vuoti d’aria fritta delle parole del marketing. Non inserisco nei post dei social media il pilota automatico della scrittura burocratica. La narrazione del tuo blog sarà ospite di una comunicazione duratura, non passeggera. E così, scrivo perché il racconto della tua azienda sia come tutti i racconti: un viaggio.

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