Il pomo della discordia di Steve Jobs.

«È finita». Il campo di distorsione della realtà questa volta non avrebbe colpito. Con la consapevolezza di quelle due parole il giorno dopo si presentò nell’auditorium della Apple. C’erano le parole di Sculley da ascoltare mentre spiegava il piano di riorganizzazione della società. Sfilarono ruoli e nomi, ma non il suo. Quando Jobs tornò a casa si ricordò delle strofe di una canzone che 16 mesi prima aveva usato per presentare il Macintosh. Abbassò le tapparelle, staccò il telefono e nei giorni successivi rimase chiuso in casa ad ascoltarla.

Eppure, lo aveva portato lui in Apple. E ci aveva messo anche un bel po’ a convincerlo. Ma vendere sempre la stessa bibita contenuta dentro la stessa bottiglia non era come vendere circuiti ogni volta diversi dentro un involucro che Jobs continuava a cambiare. Così, nel 1985 lo scontro tra i due scese in profondità e il pomo venne a galla. La discordia disegnò Sculley come uomo di bilancio determinato a massimizzare il profitto del Macintosh. Jobs come uomo prodotto che pensava solo a renderlo accessibile a tutti.

Avrebbe dovuto essere pronto per il secondo lunedì del 1984, ma una settimana prima il codice non era ancora stato scritto del tutto. I ragazzi del reparto software avevano bisogno di altre 2 settimane. Il fatto passò alla storia come una delle poche volte che nessuno rischiò di essere investito sulle strisce del codice dall’ira di Jobs. Nonostante l’opposizione del consiglio di amministrazione passò anche la storia creata dall’agenzia Chiat/Day per lo spot del Macintosh. Fu al romanzo di George Orwell che il direttore creativo Lee Clow pensò. Una mazza lanciata da una ribelle volava a frantumare lo schermo da dove la voce del Grande Fratello ipnotizzava una massa di persone. Alla fine, sugli schermi televisivi degli Stati Uniti scorrevano le parole di lancio del nuovo prodotto di Jobs: «Il 24 gennaio, Apple Computer presenterà Macintosh. E capirete perché il 1984 non sarà come 1984».

Era alla Xerox che non capivano dove erano seduti. Secondo Jobs, su una miniera d’oro: interfaccia grafica, schermo bitmappato. Passare dai caratteri verdi su sfondo nero a quelli di qualsiasi colore su ogni sfondo era il futuro dell’informatica. Per passare invece nelle stanze segrete della Xerox Jobs fece a modo suo: concesse a loro l’acquisto di azioni della Apple che vedevano come un possibile investimento. In cambio, pretese di mettere il naso dentro il loro centro di ricerche a Palo Alto.

«C’è un ragazzo hippy nell’atrio. Dice che non se ne va finché non gli diamo un lavoro». Il ricatto era impresso in Jobs come le lettere sulla carta stampata. E visto il nome che portava addosso, mise in campo quella pratica per ottenere il suo primo lavoro a 5 dollari l’ora. Ma in Atari furono costretti a isolarlo nel turno di notte. Era convinto che per l’igiene personale bastasse una dieta vegana a base di frutta invece di una doccia.

Stava proprio tornando da un meleto quando gli balzò in mente il nome che gli serviva per ammorbidire la parola computer. Aveva deciso di produrli insieme a un tizio di origini ucraine che sembrava nato apposta per farlo. Così, lui vendette il furgoncino Volkswagen per 800 dollari, Steve Wozniak la calcolatrice HP 65 per 500 dollari. 1300 dollari diventò il primo capitale di esercizio della società. Una somma insufficiente per soddisfare il primo ordine che Jobs portò a casa dalla Byte Shop. Per costruire 50 computer avevano bisogno di 15 mila dollari di componenti. Ma presentarsi in banca come un figlio dei fiori per chiedere un fido non era la veste migliore per ottenerlo. «Non faccio affari con giovani dall’aria sporca e trasandata» disse il proprietario della componentistica Halted quando Jobs andò a offrirgli una quota di partecipazione nella Apple. Se il direttore della Cramer Electronics non avesse telefonato alla Byte Shop per verificare se fossero stati davvero loro a ordinare 25.000 dollari di computer, le componenti per costruirli non sarebbero mai arrivate nel garage di Jobs.

Più mani li stavano aspettando per assemblarli. Jobs saldava i chip e Wozniak collegava il circuito al televisore e alla tastiera per controllare che Apple I funzionasse. Era il 1976 e i due Steve stavano già pensando al nuovo prodotto. Ma per realizzare Apple II avevano bisogno di capitale, di qualcuno che progettasse un involucro dal design semplice ed elegante e di un logo non lezioso. Fu questa la richiesta che rivolse al graphic designer incaricato di disegnarlo. Rob Janoff gli portò 2 proposte: una era intera, l’altra morsicata.

1 logo, 10 dipendenti, 1 linea di credito, il passaggio dal garage all’ufficio in affitto di Cupertino: la Apple iniziava ad avere i tratti di un’azienda. Ma secondo Jobs ci voleva ben altro per collegare i tratti come in un circuito elettrico e tirare fuori un’identità. Avrebbero dovuto passare da una macchina per hobbisti che amavano assemblare i pezzi a un personal computer integrato in ogni sua parte: tastiera, monitor, microprocessore.

Quando Jobs uscì dal centro di ricerche della Xerox lanciò la sua auto a tutta velocità. Voleva tornare al più presto in ufficio per dire ai suoi ingegneri: «Dobbiamo realizzarlo». La sua sortita in Xerox Parc fu definita la più grande rapina nella storia dell’industria. Jobs non si scansò dall’accusa perché sapeva che «con la loro mentalità da fotocopiatori non avrebbero mai capito che cosa poteva fare un computer». Lui invece, sì.

Nel 1977 Apple valeva 5309 dollari, alla fine del 1980 lievitò a 1,79 miliardi di dollari. Nel frattempo 300 persone erano diventate milionarie. Quando la mattina del 12 dicembre 1980 Apple entrò in Borsa il prezzo di ogni azione era di 22 dollari. Prima che chiudessero le contrattazioni salì a 29. All’età di 25 anni Jobs valeva già 256 milioni di dollari. Ora che si era staccata dall’albero del garage, Apple iniziava ad assumere una forma matura. Ma c’era bisogno di qualcuno capace di prenderla tra le mani. Per quanto Jobs fosse abile nell’imporsi in tutto e a tutti, aveva anche lui a volte la dose corretta di consapevolezza per capire che non era arrivato ancora il suo momento.

All’uscita dal primo incontro, John Sculley iniziò a chiedersi come sarebbe stato vendere qualcosa di più interessante di una bibita gassata. Ma per lasciare la guida della Pepsi ci voleva molto di più dell’assedio che Jobs aveva messo in campo per distorcere la realtà. Anche quando arrivarono a parlare di soldi, Sculley sembrava restio ad abbandonare un’azienda che aveva riportato in alto come le sue bollicine. 1 milione di dollari l’anno, 1 milione di bonus di ingaggio e 1 milione di buonuscita: sembravano non bastare per schiodare Sculley da quella poltrona. «Vuoi passare il resto della tua vita a vendere acqua zuccherata, o vuoi avere la tua occasione per cambiare il mondo?». Come sempre furono le parole a fare ottenere a Jobs quello che voleva.

Ma se le parole li misero d’accordo furono i numeri a fare maturare il pomo della discordia. Sul prezzo del Macintosh che stavano per lanciare scese in campo la realtà delle cifre che Jobs non poteva distorcere. Per Sculley i costi di commercializzazione del prodotto avevano lo stesso peso dei costi di produzioni. Era il prezzo che doveva coprirli. Per Jobs non poteva superare 1995 dollari, per Sculley 2495 dollari potevano bastare. 500 dollari di differenza che per Jobs violavano i principi dove erano poggiati i piedi di Apple. Secondo Sculley invece erano la base di appoggio necessaria per finanziare il lancio del Macintosh.

Con un budget di 750.000 dollari in mano e la regia assicurata di Ridley Scott, nel 1984 Jobs finì per realizzare il migliore filmato pubblicitario di tutti i tempi. Ma da quel giorno iniziò ad avere la sensazione di perdere il controllo sui prodotti e sulla azienda. Segnali che divennero realtà quella sera, quando realizzò che era finita, mentre chiuso in casa ascoltava le strofe di The Times They Are A-Changing dalla voce di Bob Dylan: «Lo sconfitto di oggi sarà il vincitore di domani».

Andrea Ingrosso

Copywriter – Autore di scrittura per le aziende.

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