Lo scrittore
Oriana Fallaci.

«Non risparmiare nessuno». Bisogna fare un investimento a lungo termine nella parola scritta per mantenere quelle parole e non aprire nessun credito a nessuno. Oriana lo apre solo a Louella Parsons, Hedda Hopper, Sheilah Graham. Studia per filo e per segno i loro pezzi e mette in pratica il consiglio delle columnist più famose degli Stati Uniti. 30 anni dopo diventerà famosa per avere fatto a pezzi molti uomini. È disposta a non risparmiarsi per diventare quello che si è messa in testa. Il sacrificio della sua carriera lo può mettere in conto al cuore, ma solo per una storia d’amore che conta più della vita. Solo per Un uomo arriverà quasi a perdere la propria.

Per tutti gli altri non si farà mai mettere sotto: la testa sarà sempre alta perché è con lo sguardo che si combatte al fronte, e con la parola scritta si battaglia dalle retrovie. Tiene botta di fronte a Mao Tse Tung, controbatte alle provocazioni di Henry Kissinger, tiene un braccio di ferro con le domande a Yasser Arafat, si toglie il chador per cercare lo scontro nell’intervista a Khomeini, non cede ai corteggiamenti di Gheddafi per dimostrarne l’infermità mentale nelle sue risposte.

Ma di fronte ad Alfredo soccombe. La vulnerabilità fa di lei un granello di polvere in balia del vento e fa di quella storia d’amore un’interminabile tormenta che le forgia il carattere. «Amare a vuoto è peccato mortale, regalarsi a qualcuno è delitto. Non si regala la propria anima a chi non è disposto a regalare la sua». Quella di Oriana ne uscirà a pezzi, ma chi è fragile conosce ogni suo pezzo, e quando si rompe sa come rimettersi insieme, un pezzo dopo l’altro.

Il primo pezzo lo scrive da inviata. Il capocronista del Mattino la manda in una discoteca sull’Arno per metterla alla prova. Scrive a mano, su un foglio protocollo: ci mette 9 ore a ricopiarlo, dalle 10 del mattino alle 7 di sera. A quell’ora Gastone Panteri le chiede di scriverlo a macchina: lei non ne ha mai avuta una. Eppure, nonostante questa incompatibilità con i ferri del mestiere, diventa presto cronista regolare del quotidiano: di giorno va a caccia di notizie per la città, di sera rientra in redazione a scrivere il pezzo. Lo fa già con una forma adulta: con precisione, con la propria opinione, con risolutezza. Per i colleghi invece è la ragazzina senza: scarpe senza tacco, viso senza trucco, lingua senza peli.

Ascolta, incalza, registra e poi trascrive tutto. Non si limita ad attaccare le domande alle risposte: costruisce una storia con il filo narrativo del racconto. Un inizio, una fine, e tra l’inizio e la fine il conflitto. Lo tiene in piedi il ritmo che fa gli straordinari per mantenere il lettore sul filo della pagina fino all’ultima riga. Le sue interviste sono delle sceneggiature: riprese drammatiche, montaggio teatrale. Al lettore non vengono dette, ma mostrate le scene: le ricostruisce dopo un vero e proprio casting delle informazioni che poi monta come un regista.

Alla fine, sono le interviste di uno scrittore, non di una giornalista. Così si farà sempre chiamare: con la desinenza al maschile. Alla neutralità degli asterischi di oggi preferisce stare dalla parte della parola così come è nata nel pancione della lingua, anche se segnata nel genere. Preferisce i fiocchi azzurri o rosa ai fiocchi grigi della burocrazia dei linguaggi. Non è l’abito dell’ortografia che fa la parola, ma è come la indossi ogni volta che scrivi. È la sua consapevolezza di riconoscersi in una parola – anche se di genere opposto – ogni volta che la mette addosso alla propria pagina.

Per ottenere dall’intervistato il materiale che le serve, gli mette addosso le domande più brutali e impertinenti. Ne anticipa però l’arrivo, perché la ricerca della verità è una specie di chirurgia. La chirurgia fa male ed è corretto preannunciarne le conseguenze, gli effetti collaterali. Anche per questo si veste nel modo meno sexy possibile, con i capelli non a posto e senza il rossetto sulle labbra. «È una scelta politica, una forma di femminismo avanzato». Litiga spesso con le esponenti del femminismo ufficiale: «Si arrabbiano quando vedono che non odi gli uomini come loro». Ma a Oriana gli uomini piacciono un sacco, fino al punto di buttare giù un’intera scatola di sonniferi dopo avere atteso Alfredo per tutta la notte in una camera dell’Hotel Normandie a Londra. Il giorno dopo è il suo compleanno.

Del gesto viene informata la famiglia che manda la sorella a gestire la situazione con circospezione per non fare scoppiare uno scandalo. Non sarà il ricovero in una clinica psichiatrica ad aiutarla a recuperare da quella letale sensazione di essere stata gettata via da Alfredo insieme al bambino che avrebbero potuto avere. Un giorno a quel figlio mai nato scriverà una lunga lettera, il passaggio con le tracce più profonde lasciate sulla propria vita di scrittore. Per lei tornare alla vita è tornare al lavoro. Quando rientra in redazione il primo pezzo che scrive è confortante per i segni vitali che lascia sulla pagina. È una guida sui soggiorni in albergo: «Non suicidarti in albergo: si infastidiscono molto» è uno dei consigli più graffianti. Oriana è tornata.

Da quel conflitto uscirà viva in superficie che è quello che interessa agli altri, ma sconfitta nel profondo che è quello che conta soltanto per lei. Vittoria e sconfitta segneranno anche la sua carriera di inviato di guerra per l’Europeo. Nel 1969 sale a bordo di un A-37 per assistere dal vivo a un bombardamento in Vietnam. Sta gomito a gomito al pilota mentre sgancia due bombe al napalm e quattro da 55 libbre. Per avere vissuto la contiguità di quel gesto non le sembra più di essere una testimone, ma una responsabile: una sensazione che le farà schifo per il resto della sua vita.

Quella vita che a Città del Messico rischia di perdere un’altra volta. Il 2 ottobre del 1968 è nel pieno della rivolta degli studenti messicani contro il governo impegnato a mettere in piedi le Olimpiadi mentre la povertà mette in ginocchio il Paese. Oriana si ritrova a terra colpita da una raffica di schegge partita da una squadra di poliziotti in borghese. Due sono conficcate nella schiena, una nell’incavo dietro il ginocchio. Ma essere giornalista per lei significa essere dentro la storia: dal letto dell’ospedale detta al registratore l’articolo da inviare al giornale per raccontare un altro conflitto del mondo. Sarà sempre così la sua vita: fuori dell’Italia, dentro un passaporto. Libano, Israele, Celyon, Trinidad, Bangkok, Singapore, Vietnam, Bangladesh, Cile, Perù e Grecia.

Solo Un uomo fermerà quel viavai. Con lui ci va pure a vivere, a Firenze, dopo la liberazione nel 1973. Alexandros Panagulis ha lottato contro la dittatura di Atene. In lui vede sé stessa uomo. Ma trova quella convivenza insopportabile: lui si prende la metà più vacanziera, lei quella più domestica. Nella somma delle due parti la cosa più opprimente è sentirselo lì anche quando non parla o dorme. Frivolezze psicologiche rispetto all’oppressione fisica di vivere in una manciata di metri quadrati.

«Basta! Ho capito, basta!» Per cercare la verità, dopo la morte di Panagulis si fa rinchiudere nella cella della prigione di Boiati dove Un uomo – il suo uomo – ha resistito per 5 anni senza confessare nulla sotto le torture più spietate. Lei resiste per 20 minuti. «Scrivere per me significa essere disubbidiente. Ed essere disubbidiente significa, tra l’altro, stare all’opposizione. Per stare all’opposizione bisogna dire la verità e la verità è sempre il contrario di quello che viene detto».

Andrea Ingrosso

Copywriter – Autore di scrittura per le aziende.

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