La Guerra e Pace di Gates e Jobs.

«Fate venire subito qui Gates». Un Jobs alimentato a corrente alternata di ira si muoveva scomposto nel suo ufficio. L’annuncio della Microsoft lo stava mandando in corto circuito. Eppure, c’era poco da perdere le staffe: l’accordo che aveva firmato parlava chiaro. Da 10 mesi aveva lanciato sul mercato Macintosh, mentre in quello storico novembre del 1983 Gates annunciava alla stampa che il sistema operativo per i Pc della IBM era pronto. Si chiamava Windows. Era fatto di finestre e icone. Avrebbe aperto una nuova via al lavoro nelle aziende. Il tempo di 1 anno del divieto era finito: Jobs non poteva più impedire a Gates di vendere software della Microsoft ad aziende che non fossero la Apple.

«Ci stai derubando» gli gridò addosso. «Io mi sono fidato di te e tu ci derubi». Al volume senza guinzaglio e museruola di Jobs si contrappose la voce stridula e composta di Gates: «Be’ sai, abbiamo questo vicino in comune, no. Io sono entrato in casa della Xerox per rubarle il televisore, ma una volta dentro ho scoperto che l’avevi già rubato tu».

Avevano lo stesso anno di nascita, studi universitari abbandonati nel mezzo del cammino, erano forti per il debole che avevano verso la tecnologia, anche se in modo opposto. Gates sapeva scrivere il codice, Jobs sapeva scegliere il design. Gates sapeva fare funzionare le cose, Jobs aveva un istinto per quello che funzionava.

«Okay, okay, ma non farlo troppo simile a quello che stiamo facendo noi». Gli bastava una camminata per neutralizzare l’ira. Del resto, altro non poteva proprio dire. Aveva bisogno della Microsoft per fare funzionare il Macintosh, nonostante le due società fossero da anni in guerra. Entrambe si contendevano la proprietà intellettuale delle interfacce grafiche. Jobs era certo che la giustizia lo avrebbe risarcito, ma aveva le stesse dosi di certezza che, nonostante quei miliardi, la Apple non sarebbe sopravvissuta. La soluzione era la pace in un patto fatto di impegno e investimento. L’impegno di Gates a produrre software per il Macintosh e di investire 150 milioni di dollari in azioni Apple senza diritto di voto.

Quando nel 2011 Gates andò a trovarlo rimase colpito da quanta energia avesse ancora nonostante il suo aspetto scheletrico. Gli fece i complimenti per «i prodotti incredibili che aveva creato» e per il sangue freddo trasfuso nel salvare la Apple dal fallimento alla fine degli anni ’90. Aveva sempre pensato che il sistema aperto avrebbe dominato il mercato, ma quel giorno a Palo Alto riconobbe che con il sistema chiuso Jobs si era ritagliato il proprio spazio in più settori. Quando Google entrò in quello della telefonia l’ira di Jobs trovò un’altra scena dove recitare il proprio copione e difendere il suo spazio.

Eric Schmidt era stato membro del consiglio di amministrazione mentre in Apple stavano sviluppando l’iPhone. Secondo l’accusa di Jobs, Schmidt aveva avuto tutto il tempo per studiare le funzioni multi-touch, la funzione dello sfoglio, la griglia di icone e portarle in Google. Nell’azienda di Montain View, dove era diventato amministratore delegato, stavano sviluppando un sistema operativo aperto a tutti i produttori di telefoni. 25 anni prima di Android, Microsoft aveva fatto la stessa cosa con Windows. Ma era meglio aprire il sistema per istallarlo in più hardware o invece accoppiare hardware e software in un sistema chiuso?

Quando nel 1997 in Apple si accese il dibattito, Gates fece di tutto per convincerli a cedere la licenza del sistema operativo Mac OS ad altri produttori di computer come lui faceva con Windows. Ma la sede di Cupertino era una roccaforte sull’argomento. Per Jobs non era una questione solo economica, ma soprattutto industriale. L’hardware e il software della Apple dovevano rimanere una coppia blindata senza evasioni extraconiugali.

Jobs invece voleva dare licenza a tutti di usare i suoi prodotti, nei suoi prodotti. La licenza si chiamava intuizione e tra quei tutti c’erano anche i bambini. Si convinse di questo dopo la lettura di un articolo su Forbes.com. Raccontava di un bimbo di 6 anni che puliva le stalle in un allevamento di bovini a Bogotà. Quando il giornalista Michael Noer gli porse il suo iPad, il bimbo iniziò a usarlo come se fosse suo da un sacco di tempo. Jobs aveva inventato un prodotto che non aveva bisogno di istruzioni: con il sistema chiuso poteva controllare tutto del prodotto per offrirne l’uso semplice che la gente cercava.

Gates stava armeggiando sui tasti della ghiera per provare tutte le combinazioni. Era a cena con Steve Levy, il giornalista del Newsweek che Jobs aveva scelto per lanciare l’anteprima del suo nuovo prodotto. «È solo per il Macintosh?» La domanda di Gates era stata per mesi argomento di discussione in Apple. La maggioranza in azienda spingeva per aprire l’iPod ai Pc. Per Jobs invece gli utenti di Windows avrebbero dovuto passare sul suo cadavere prima di poterlo usarlo.

Erano le 5 del pomeriggio e la mail di Jim Allchin non lasciava dubbi: «Ci hanno stracciati». Al momento dell’invio, il responsabile dello sviluppo di Windows aveva appena finito di visitare iTunes Store. «È la stessa strategia adottata per i computer: controllare sia l’hardware sia il software». Gates riconobbe a Jobs il merito di avere convinto le case discografiche a rivedere i contratti per estendere la disponibilità del negozio digitale a tutti gli utenti, non solo a quelli di Macintosh. Ma era certo che in Microsoft avrebbero reagito al colpo per fare qualcosa di meglio. Il meglio in qualcosa non riuscirono a farlo, mentre la Apple con un colpo dopo l’altro portava iTunes agli utenti di Windows.

«È come portare un bicchiere d’acqua ghiacciata a uno che brucia all’inferno». Quando Gates entrò nel suo camerino lo informarono della battuta di Jobs. Due giornalisti del Wall Street Journal erano riusciti a metterli insieme sul palco del All Things Digital per un’intervista. «Quindi sono io il rappresentante dell’inferno». Jobs gli offrì dell’acqua ghiacciata senza aprire bocca, ma in quel momento avrebbe fatto bene a ricordarsi del sorso che mandò giù nell’agosto del 1997, prima di prendere la parola al MacWorld di Boston.

«La Apple è un ecosistema che ha bisogno dell’aiuto di altri partner. Le relazioni distruttive non aiutano nessuno in questo settore. Sono lieto di annunciarvi la prima di queste partnership». Poche ora prima del suo intervento stava provando il discorso al Park Plaza Castle, quando squillò il telefono. La telefonata durò un’ora: nell’accordo c’erano ancora alcuni punti che avevano bisogno di essere chiariti. «Bill, grazie per il sostegno che stai offrendo alla Apple. Penso che il mondo sarà migliore grazie a questo».

Andrea Ingrosso

Copywriter – Autore di scrittura per le aziende.

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