I tre tunnel
sulla strada sbagliata
di Amy Winehouse.

Per fare funzionare il programma di disintossicazione doveva essere pulita da almeno 12 ore. Al numero 30 di Camden Square a Londra due infermiere si alternavano nella somministrazione dei farmaci. Il giorno prima era Sandra che non poteva darle il farmaco sostitutivo perché lei si era fatta tutto il giorno. Il giorno dopo era il turno di Brenda che non poteva sottoporla al trattamento: Amy aveva fumato eroina la sera prima.

Se si faceva non poteva prendere il Subutex, e se non prendeva il Subutex andava in crisi di astinenza: questo la spingeva a farsi ancora di più. Così, la droga continuava a girare in quel cerchio vizioso che era diventata la sua vita, mentre Back to Black girava nel 2007 sui piatti degli impianti musicali di tutta la Gran Bretagna. Alla fine, sul piatto della bilancia sarebbero girati risultati di un certo peso: 3 milioni e 500 mila copie vendute, 6 dischi di platino vinti, 6 nomination ai Grammy Awards ricevute.

Ma per partecipare alla notte degli Oscar della musica doveva darsi una ripulita. Non poteva ottenere il visto e volare a Los Angeles se continuava a farsi. Per alcune tracce di cocaina trovate nelle urine perse l’occasione di salire sul palco dei Grammy, ma quella sera ne vinse ben 5. Nessuno al di qua dell’oceano c’era mai riuscito prima: disco dell’anno, canzone dell’anno con Rehab, migliore nuovo artista, migliore album pop con Back to black e migliore voce femminile pop.

Fu una tregua di successo per Amy nel labirintico eccesso di Amy per la droga. Non sapeva come uscirne, ma sapeva come farla entrare in casa o nella suite dove alloggiava. A volte era un orsetto di peluche a nascondere qualche grammo di eroina, altre volte era un mazzo di fiori a portarle un cristallo di crack. Nessuno aveva idea di come Amy escogitava il modo di superare il cordone sanitario che il servizio di sicurezza le stringeva attorno. Fino a quando non voleva uscirne quel modo lo trovava sempre, e non appena lasciava il centro di disintossicazione riprendeva il suo farsi da dove aveva interrotto il da farsi per farla arrivare.

Amy era tanto abile a procurarsi la droga dallo spacciatore quanto ingenua a perdersi nello stupefacente dell’amore. Molte delle canzoni di Back to black parlavano di Blake e di quanto era accaduto tra loro quando la relazione arrivò agli sgoccioli. Lui era tornato dalla sua ex, Amy al nero dell’alcol. Affrontare il pubblico sul palco era sempre stato il suo problema. A volte aveva bisogno di bere qualcosa prima di salirci sopra, altre volte si spingeva fino a fumare un po’ di erba. Ma farsi un drink di troppo iniziava a diventare un altro labirintico eccesso: un altro tunnel su quella strada sbagliata. Il tentativo di disintossicarsi in un centro nel Surrey appena fuori Londra durò appena 3 ore. «Lo psicologo voleva solo parlare di sé. Non ho tempo per starmene lì seduta a sentire quelle stupidaggini. Affronterò il problema a modo mio».

Ma bere e poi astenersi dal farlo era forse peggio che continuare a bere. Poteva rivelarsi fatale cercare di disintossicarsi senza le prescrizioni di un medico. Iniziava a sudare, ad ansimare e a tremare: allora bastava una bottiglia mignon di vodka per soddisfarle il bisogno. Ma poi le capitava di svegliarsi alle 4 del mattino per scolarsi una bottiglia di vino intera e di risvegliarsi alle 8 per svuotarne un’altra. Alle dieci era già ubriaca, alle sette si comportava come se nulla fosse successo. Capitava anche che la trovassero a metà giornata distesa sul pavimento della cucina nel pieno di un collasso. Allora la riportavano a letto, lei dormiva fino al mattino: un giorno quel mattino divenne una notte senza più risveglio.

Pochi giorni prima il suo medico aveva rinunciato a seguirla perché Amy non seguiva quello che le prescriveva. Nella lettera scritta dalla dottoressa Christina Romete c’erano già le tracce di quello che tutti attorno a lei potevano guardare, ma che nessuno riusciva a vedere. Amy non si faceva dal 2008, ma era cinico – non clinico – pensare che una volta uscita da un tunnel Amy potesse uscire anche da quell’altro, da quello dopo ancora e da quello che era venuto prima di tutti gli altri.

La dose giornaliera di amore per Blake era il primo di quei tunnel: il tunnel che l’aveva portata sulla strada sbagliata. Continuare a promettere di non toccare più un goccio fu la goccia che fece traboccare il bicchiere. Gli esami tossicologici sul corpo trovato senza vita nel quartiere londinese di Camden Town confermarono che non c’erano tracce di droga. Rilevarono invece 416 milligrammi di alcol per decilitro nel sangue: ne sarebbero bastati 350 per essere tutti uniti nella misura letale.

«Voglio darmi una ripulita, papà». Quando era sotto l’effetto degli stupefacenti diceva di volersi disintossicare: poi si iniettava qualcosa dentro e dimenticava di averlo detto. Con tutte le voci che giravano sul conto di Amy quelle che volevano approfittarsi di lei non persero tempo ad arrivare nei centri di disintossicazione di tutto il mondo. Più di una clinica si annunciava come quella giusta per le sue condizioni di salute. Una addirittura arrivò a garantire che il trattamento l’avrebbe liberata per sempre dalla tossicodipendenza.

Se non avesse accettato il ricovero all’ospedale psichiatrico Capio Nightingale di St John’s Wood l’avrebbero arrestata per le foto pubblicate dal Sun: il tabloid di Londra l’aveva beccata mentre si faceva di crack. Erano davvero rari i giorni senza un pezzo su di lei pubblicato dalla stampa. Ora che era famosa non solo per la voce, ma anche per le voci che giravano sul suo conto i paparazzi continuavano a girarle attorno per coglierla in flagrante. Gli scatti del News the World resero pubbliche le sue braccia segnate dall’assunzione endovenosa di quelle dosi che a Camden Town la polizia cercava in ripetute irruzioni nel suo appartamento.

Di tutt’altro registro invece erano le voci che presto si sparsero sulla sua voce. Gli agenti dell’industria discografica non tardarono ad arrivare per ascoltarla. Era l’agosto del 2002 quando Annie Lennox entrò al Cobden Club per ascoltare una sconosciuta. L’aveva scoperta l’insegnante Ray Lamb quando le chiese di cantare Happy Birthday durante una lezione. In quel canto già si potevano sentire i timbri di Frank. Uscì l’anno dopo, il 20 ottobre 2003: nelle tasche vuote di Amy entrarono 250 mila sterline della casa discografica Emi come anticipo per il suo primo album.

Erano un sacco di soldi per una ragazza di soli 20 anni: era il primo dei tanti contrasti che la vita le avrebbe chiesto di affrontare. Giovane fuori, ma dalla voce sovramatura dentro. Con l’intonazione educata, ma che diffondeva parole volgari. Sopra una musica soft, ma che accompagnava testi duri. Raccontavano già un po’ della porcheria che l’avrebbe sommersa di lì a poco e dell’amore in cui si sarebbe immersa così tanto. Come raccontavano anche del suo amore per il trucco e le sopracciglia folte, per la matita abbondante attorno agli occhi e le pettinature ad alveare in stile anni Sessanta.

Andrea Ingrosso

Copywriter – Autore di scrittura per le aziende.

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