Solo la scrittura di editing
può salvare i libri
dal macero.

Ricordatelo quando tornerai a mangiare nei loro ristoranti. Posare una parola sulla pagina sa di cucina cinese. Le due bacchette per il cibo prendono ogni parola dal piatto e la mettono in bocca al lettore quando le legge. È tutta lì la precisione della scrittura. Non si tengono solo in mano come una forchetta, un coltello o un cucchiaio. Chi scrive, le muove in modo coordinato quelle due bacchette. Una è il che cosa, l’altra è il come.

Il che cosa lo deciderà l’autore. Che cosa mettere nel menu lo potrà anche scegliere il proprietario del manoscritto. Ma sul come, be’ lì dovrà affidarsi all’editor. Nella bacchetta del come c’è il suo lavoro. E se il suo compito è quello di servire in tavola piatti commestibili è bene prima mettersi d’accordo sulle ricette.

Nella cucina di editing non dovranno trovare posto dentro le pentole le ricette di marketing: è cucina inespressa. L’editor non dovrà mettere sul fuoco le ricette di storytelling: è cucina dove si vive solo felici e contenti. E in forno non dovrà mettere nemmeno ricette seo: quella è cucina che brucia le tappe, non cuoce a puntino. Nella brigata della scrittura l’editor è l’unico capace di dirti «piatti chiari, degustazione lunga».

Anche perché la vita è breve, il lavoro di editing è lungo e l’editoria si sta suicidando nell’incontinente bulimia di pubblicazione. Gli autori hanno fretta di pubblicare per prurito di gloria: l’editing ha bisogno di troppo tempo per questa fretta di gloria. L’editore sacrifica l’editor sull’altare della pubblicazione e mette sulla pagina quello che l’autore ha scritto. Un delitto alla parola.

A quel punto a qualcuno dovrebbero scattare le manette, mentre all’editor viene dato l’incarico di aprire un’indagine dopo avere aperto il manoscritto per eliminare tutto quello che è illeggibile come lettura e ineleggibile come scrittura. Raccomandare la grammatica della parola civile che – quando cambia l’ora in aula – diventa un’operazione di sottrazione. Invece autori di aritmetiche opposte – perché frequentatori di altre scuole – accumulano tutto quello che si somma nella loro testa. Il risultato dopo l’uguale è una disuguaglianza di professionisti nel nome in un’uguaglianza di professionalità nei fatti. Una montagna di manuali che acquistano il titolo di best seller dopo neanche due settimane.

La morale dell’autore autorevole ha lasciato il posto alla morale dell’archivio digitale, il nuovo macero esistenziale di quella che una volta era la carta e che oggi è il gioco delle tre carte: ti crei un tifo da stadio nei social, offri quel patrimonio di follower all’editore, lui pubblica il tuo manuale. È così che si è diffusa la pratica di dare del libro a qualsiasi cosa esca rilegata dal filo di refe. Di fronte a questo capovolgimento da manuale dell'editoria, Cent'anni di solitudine ha perso tutti i suoi 100 anni ed è rimasto in compagnia della propria solitudine.

Dall’altra parte invece si affollano aggettivi come «Efficace», verbi come «Focalizzare», sostantivi come «Ottimizzazione». Solo queste parole basterebbero a dare il senso di quanto sia necessario non leggere più manuali. Parole che non troveremo mai in un libro. E come tanti loro simili dovrebbero essere presi di mira dall’editing. Il guaio è che non basta la lettura di 100 libri per togliersi l'appiccicaticcio che ti lascia addosso la lettura di 10 manuali. Abbracciare quello che è lì a portata di braccia e più facile che abbracciare quello che invece ci sfugge perché non ci appartiene. È per questo che tutti fanno lo storytelling dei manuali di storytelling e nessuno si mette a raccontare le cose come stanno.

Che cosa fa la scrittura di editing? Prepara il letto. Dalla sorgente, il flusso di parole è inarrestabile, lo scorrere delle frasi indisciplinato. La scrittura sgorga dalla prima stesura. È naturale che straripi oltre la forma e arrivi tutta deformata sulla pagina. È fisiologico che esondi la chiarezza della lingua e porti solo le acque torbide dei linguaggi tra le righe. Il rischio che si formi più di un acquitrino è alto come il livello di guardia. L’acqua stagnante è come l’aria viziata: nuoce alla salute del lettore.

A poco servono le correzioni degli affluenti se sotto le parole che fluiscono non c’è un letto preparato, un alveo che detta il percorso da fare perché c’è una direzione da prendere. Per questo c’è bisogno di una scrittura che alzi gli argini. E di qualcuno che metta quel flusso inarrestabile e indisciplinato dell’autore sul letto del fiume della narrazione. Che porti acqua potabile alla foce del mare di lettori.

Ritrovarsi nel pieno del lavoro di editing di un manoscritto porterà l’editor ad affrontare quella piena di scrittura. E a fare il gestore delle acque: a regolare la loro portata, a governare il loro regime. È il risultato del metodo di preparazione delle stanze da letto. In ogni frase gli addetti alle pulizie sono addestrati a individuare le parti di lingua macchiate dai reparti dei linguaggi: aziendale, legale, burocratico, di marketing, informatico, seo. E sono istruiti per intervenire con lo smacchiatore dell’editing sulle macchie della scrittura aziendale.

Il personal branding che ti si appiccica addosso come un francobollo. Il marketing scientifico che rimane a secco come una punta. È grazie al tuo rifiuto per i linguaggi che la scrittura raccoglie i frutti con la lingua. E si differenzia. Scodella parole vive sulla pagina con il tornante del copywriting. Stoppa parole morte con il difensore dell’editing. Fischia i falli di gioco. L’ostruzione che impedisce la regola del vantaggio nelle frasi: lasciare correre le parole nella scrittura per non interrompere la lettura. Il fallo laterale è il lato peggiore che un’azienda possa mostrare: il non gioco. La scrittura a punti del piano marketing, il punto chiave per muovere la classifica Seo. Il fallo tattico: scorrettezze che fanno il loro gioco nella scrittura quando i fondamentali della lingua rivelano tutti i limiti dei linguaggi.

«Meno colore per favore» diceva ad Alan mentre provavano la scena di Nagg e Nell in Finale di partita. «Se lo teniamo piatto, lo capiranno meglio». Correggeva one week con a week, crawlin con crawling. «Non è upon, è on». Quando l’attore Cluchey disse a Thorpe «Comprimi con un fazzoletto», lo corresse con disappunto: «il fazzoletto, il fazzoletto». Tra una battuta e l’altra disse: «Su Buon Dio togliamo il Buon». E quando Clov recitò la battuta «Non ci sono più naviganti», lui puntualizzò: «C’è una pausa prima di naviganti».

Samuel Beckett si ricordava l’intero copione che aveva scritto: non gli scappava un dettaglio neanche se sgattaiolava per una pronuncia camuffata. Recitava le sue battute meglio di chiunque altro. Nessuno scrittore ha preso sul serio la lingua più di lui e nessuno è stato più chirurgico nell’esporla sulla pagina come sul palcoscenico. Lì, la precisione è necessaria come quella di due bacchette. Per scrivere bisogna saperle usare. Una è il che cosa, l’altra è il come.

Andrea Ingrosso

Copywriter – Autore di scrittura per le aziende.

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