La dattilografia del CV
e la corsa a ostacoli
di una storia.

Non si assume la persona, non si assume il suo cv: si assume la sua storia. Che non è lo storytelling del tuo personal branding e soprattutto non si trova nella dattilografia a punti del curriculum vitae. Può un freddo elenco biografico e burocratico contenere il calore della tua vita in corso?

La storia di una persona si trova fuori di quella busta, nei posti dove la vita corre insieme alle parole vive che la raccontano, e non dentro un foglio A4 dove parole morte e formattate la immortalano. Il curriculum vitae è un po’ come il profilo in LinkedIn: un posto buono solo per seppellire la tua vita, non per farla correre come una storia. Ti farai assumere per le parole che scrivi, non per quelle che digiti.

Eppure, mentre sempre più disintelligenze artificiali stanno entrando nel mondo, il mondo non sembra così intelligente se lascia la guida di sé stesso ai calcolati artifici di un algoritmo che governa la classifica di visibilità dei suoi abitanti.

Gli esseri umani hanno questa predisposizione a prenderla sul personale: confondono i limiti del mondo con i limiti del proprio campo visivo sempre meno orizzontale e sempre più digitale. Il potere sembra essere tutto in un motore che ricerca visto che i poteri di forza sono stabiliti da un algoritmo che classifica.

Così, anche gli smart worker confondono gli orizzonti del futuro del lavoro con i limiti del loro campo visivo sempre più familiare e sempre meno aziendale. E come qualunque cosa che mette una distanza tra sé e il resto del mondo ha assunto l’ambìto titolo di media. Ma per diventarlo, ha perso la sua risorsa più umana: la socialità. Il lavoro sta diventando un media senza social.

Alla fine, nella vita conta dove metti le mani, e se sai davvero metterle. Una manciata in più o in meno di fortuna cambia poco il destino dove ti catapulta, se poi non hai la dimestichezza nelle mani per guidarlo. Potrebbe invece servire una manata in più dal destino, quel provvidenziale manrovescio che ti rovescia la vita, e allora tu impari a dove mettere le mani per rimetterla a posto.

Perché la vera misura di un essere umano è quella che percorre per abbassarsi quando guarda un altro essere umano dall’alto verso il basso. Ma è anche quella misura che un essere umano percorre per rialzarsi con le proprie forze, quando è costretto a guardare il mondo dal basso verso l’alto.

Del resto, per vivere una vita creativa devi convivere con gli errori. La convivenza con la paura di commetterli è il più vigoroso spermatozoo centometrista nella storia dell'atletica procreativa. Non dare retta agli startupper che salgono sempre sul gradino più alto del podio digitale. Guarda sempre il rovescio della loro medaglia. Concentrati solo sul dito dello starter che deve premere il grilletto. Quella pistola prima o dopo sparerà anche per te. E allora sarà il tuo momento.

Ti ritroverai raggomitolato come un felino al blocco di partenza. Anche gli altri atleti nelle altre corsie avranno il tuo stesso obiettivo: tagliare il traguardo. Ma per imparare a farlo dovrai prima cucire tutti i punti della tua strada dove commetterai un errore. Sbagliare è l'alternativa al successo. E allora, se vuoi iniziare bene fa’ una falsa partenza.

Quando sbagli hai il vantaggio di mettere le mani su quello che hai fatto per rifarlo invece di alzare in alto le braccia in segno di vittoria. Quello è davvero un brutto segno. Sbagliare è l'alternanza a quello che ti può succedere di positivo. Vaccinati contro la positività degli ottimisti intelligenti e diventa positivo all'intelligenza: assembrati con i tuoi errori.

Se il tuo lavoro non è bravo a comunicare quello che fai vuol dire che non sei bravo a fare quel mestiere. Un mestiere fatto bene non ha bisogno di comunicazione perché è un mestiere che mostra senza saperlo i tuoi errori passati. Se il tuo mestiere sa fare il suo lavoro, sa anche raccontare quello che fai: ora nel bene perché prima nel male. La nobiltà del lavoro sta in quante ne hai passate prima di iniziare a farlo bene.

È l’uomo che nobilita il lavoro, non la professionalità impeccabile. La professionalità è posticcia: una finzione che funziona, una finta predisposizione al sapere fare. È una macchina programmata su risposte preimpostate. La professionalità è monotona. Sta lì, composta al suo posto, senza sbavature, nemmeno un pelo fuori posto o un capello fuori chioma. Ha raggiunto una maturità senza maturazione. Segue un protocollo professionale imposto ai suoi iscritti da un’associazione di categoria. Il nodo alla gola è ben stretto, la gonna non fa una piega, la scarpa sa di argenteria rigenerata. La professionalità è un’uniforme. Vive di atteggiamenti di competenza, non di competenze in maturazione. Non presenta mai cambiamenti sostanziali nel suo modo di essere: la professionalità è formattata. Non mostra mai sussulti di emozione, tumulti di reazione, errori di perfezione. La professionalità è fredda. Ti porta a cercare quello che vuole farti trovare. La professionalità è sospetta. La sua intelligenza artificiosa uccide la naturalezza, la nostra intelligenza assortita. E nell’assortimento l’ingrediente principale è la fatica.

Se vivi solo di talento non porterai mai a casa una pagella esemplare. Il talento è uno scolaro svogliato e se gli dai ascolto ti fa credere quello che non sei, anche se potresti diventarlo. Ma allora devi mettere sul banco la fatica. Devi studiare. Perché ogni mestiere potrebbe chiamarsi scuola. Basta un’azione del presente, del passato o del futuro coniugata in prima persona, la più singolare che riesci a stringere. Basta che racconti di un posto non come un lavoro qualunque dove si fa qualcosa, ma del lavoro di qualcuno tra la pluralità di lavori che si fanno spazio sulla Terra. Quello che farà in quel posto trovato grazie al mestiere basterà a formare il lavoro che troverà in altri posti nel mondo del lavoro.

Del resto, per fare qualcosa che non hai mai fatto basta volere qualcosa che non hai mai avuto. Basta uscire dal poligono di tiro della socialcrazia, dove tiratori scelti si misurano su chi più è capace a «mettere le persone al centro». Basta fuggire alla persecuzione di questa filantropia e stare pronti a uscire alla lavagna quando un giorno qualcuno ti chiama.

Basta prendere in mano il gessetto come si prende in mano uno strumento di lavoro e iniziare a scrivere la propria storia. E anche se è sempre più difficile credere alle storie d'amore, credere a una storia con il tuo lavoro basta per avere in mano la prova d’amore più grande.

Andrea Ingrosso

Copywriter – Autore di scrittura per le aziende.

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