21 febbraio 2019

Concezionali
Danza

I silenzi di Pina.

di Andrea Ingrosso

«Non sono interessata a come si muovono: mi interessa che cosa li fa muovere». Tra l’imbarazzo e la timidezza, tra il pudore e l’esitazione i lati più umani delle persone sono sempre nascosti dietro gli angoli. Sono manifestazioni di autenticità dell’essere umano da prendere in punta di piedi e da esplorare con attenzione coreografica. .

Là dentro l’umano per essere ha uno strumento che lo aiuta a orientarsi nella ricerca di ciò che là fuori lo aspetta. È il più autentico tra gli istinti dell'uomo. A Wuppertal, un piccolo paese della Germania, non molto tempo fa viveva una donna che sapeva muovere l'ago di quella bussola. E dirigerlo verso la sua persona.

Come gli occhi di tutti sono lo specchio dell'anima di ognuno, così tutti i silenzi di quella donna erano davvero il riflesso di ogni parola da lei non detta. Silenzi fatti di un’esplorazione capace di spingersi là dove pochi sanno arrivare, ma che ognuno in fondo – e al di là delle quinte – aspetta.

Pina sa che cosa cercare in quei luoghi inesplorati. Lo cerca con la sensibilità, non con la testa. Perché fare domande dirette è un passo troppo lungo per la gamba: spingerebbe le persone a ritornare sui loro passi invece di fare passi in avanti per dare una risposta.

Sa che cosa cerca, ma non sa spiegarlo: è quella la sua sensibilità. Così, le domande che fa a sé stessa ogni giorno le rivolge ai suoi danzatori. Sono quelle le domande che la avvicinano con la misura giusta del passo agli argomenti da portare in scena. Solitudine, vecchiaia, amore, dolore, bellezza, tristezza, innocenza, sfruttamento, catastrofi.

Non è facile l’inizio per Pina. La sua forma di spettacolo è fuori del copione classico della danza: mette i piedi in due arti, la danza e il teatro. Ma prende in contropiede i gusti del pubblico. I suoi ballerini non danzano e basta. Parlano, cantano, piangono e ridono, si amano e si aggrediscono. Gli spettatori rimangono traumatizzati.

Donne spettinate e disarmoniche. Uomini tozzi o giganti. Si rincorrono e si abbracciano. Si manipolano con reciproca soddisfazione. Sospirano, sudano, mugolano. La coreografia nei gesti dei loro corpi è la pulsazione di un corpo molto più grande. Dal corpo di ballo sul palcoscenico Pina estrae con la narrazione il dietro le quinte di ogni spettatore in platea.

È il 1973. Pina assume la direzione del Dipartimento Danza del Wuppertal Theater. Rimuove il balletto classico dalla scena del teatro comunale. Bandisce gli effetti speciali e porta la realtà sulla scena: sassi, erba, sabbia, terra, alberi, foglie, acqua. Separa la tecnica dalla danza, perché anche se la tecnica non si vede, non significa che quello che si vede non sia danza.

Non c’è posto per chi sale sul palcoscenico a esibirsi. Il pudore garantisce l’autenticità di quello che a fatica i danzatori iniziano a cercare. È questa la difficoltà: portare qualcuno a trovarlo e a mostrarlo.

Pina non prende danzatori: assume la loro personalità. Tutti sono capaci di muoversi per dimostrare la tecnica su due piedi, ma sono in pochi a svelare la loro personalità perché mossi dal profondo. A mostrare qualcosa di personale che però non è privato, ma appartiene a tutti.

Per questo Pina preferisce lavorare con danzatori timidi, mossi da quell’autentico imbarazzo che impedisce loro di scoprirsi senza una dose di pudore. E così, superare il cordone della riservatezza diventa per loro un lento, ma attendibile svelamento.

Pina sa tirare fuori l’umano dall’essere come il movimento dal corpo per creare il corpo di ballo con quello che di umano i ballerini hanno in corpo. Così, nei suoi spettacoli tutti sono sé stessi e nessuno qualcun altro per copione. Un paradosso per chi come Pina vuole introdurre la danza nel teatro.

Café Müller, Le sacre du printemps, Vollnond. Con queste pièce Pina porta il dramma del teatro nell’armonica fisicità della danza. L’anima di una sceneggiatura dentro il corpo di ballo. È una danza recitata, dove gesti e pensieri trovano nel corpo una lingua e un vocabolario per esprimersi. Le parti anatomiche sono le parole, i loro movimenti le frasi.

«Da bambina sognavo di avere piedi piccoli e leggeri». Su quel sogno Pina costruisce i suoi passi da gigante nel mondo della danza. Proprio lei che aveva piedi lunghi e magri, così lunghi da costringerla a indossare misure di scarpe da uomo. Un giorno in classe le chiedono di fare esercizi che mettono alla prova la sua elasticità.

La stessa elasticità che mette nel penetrare, esplorare, indagare i movimenti del suo corpo di ballo. E con il necessario aplomb bilanciare e controllare il peso di quel corpo durante il ballo di gesti, sguardi, azioni, intuizioni, immaginazioni, improvvisazioni.

Perché ci sono cose che si possono dire, altre che si possono solo mostrare. È in quei momenti senza parole che viene fuori la danza: i silenzi diventano movimenti. E così va in scena una coreografia capace di muovere l'ago della bussola del pubblico per orientarlo nella geografia di sentimenti che ognuno porta con sé. Perché quando danza, Pina Bausch danza dentro il suo corpo. E non è il corpo quello che danza.

Andrea Ingrosso

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Un copywriter da prendere al volo. Benvenuto a bordo. In questo corridoio dove ti racconto che cosa posso fare per te. Organizzo la scrittura della tua brochure con parole puntuali per non perdere le coincidenze. Allaccio le cinture di sicurezza tra le frasi del catalogo perché l’attenzione di chi legge non precipiti. Intercetto nel tuo sito internet qualsiasi dirottamento imposto dai linguaggi. A bordo è prevista solo una classe, la lingua. Faccio decollare solo voli di linea diretti al lettore e senza gli scali tecnici delle forme istituzionali. Scelgo solo assistenti di volo capaci di mostrare l’immagine nelle parole di una campagna pubblicitaria. Evito tutti i vuoti d’aria fritta delle parole del marketing. Non inserisco nei post dei social media il pilota automatico della scrittura burocratica. La narrazione del tuo blog sarà ospite di una comunicazione duratura, non passeggera. E così, scrivo perché il racconto della tua azienda sia come tutti i racconti: un viaggio.

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