29 giugno 2019

Concezionali
Narrazione

Il sarcasmo di John.

di Andrea Ingrosso

Non colpiva la palla: la accompagnava. Come si accompagna una porta per non sbatterla. Seguiva la traiettoria per un millesimo di secondo in più, come se la racchetta fosse il prolungamento della sua mano. Sentiva la palla prima di sentire il colpo. E da quel contatto prolungato di palla e racchetta tirava fuori il colpo più preciso dentro le linee del campo.

Era quella sua delicatezza a fare tanto male all’avversario e tanto bene agli sguardi sugli spalti. Ma era anche la sua grande contraddizione. La sensibilità del suo tocco che rimbalzava dentro le righe del campo, l’insensibilità delle sue battute che uscivano fuori delle righe dell’educazione.

Una nuvola di gesso si alza sulla linea più lunga a metà del campo numero 1 di Wimbledon. È la prima palla di John che rimbalza e cerca l’ace contro Tom Gullikson. «Out!» grida lo sprovveduto giudice di quella linea. Non sa che in quel martedì 23 giugno 1981 John sta per entrare in scena in una seconda partita.

«Excuse me? You can’t be serious, man. You cannot be serious!». «La palla è dentro, si è alzato anche il gesso. Tutto lo stadio l'ha vista, come fai a chiamarla out? Voi giudici siete davvero la feccia del mondo». John torna a cuccia sulla linea di fondo dopo la sua canea, mentre il giudice di sedia Edward James lo accalappia con un punto di penalità.

Fred Hoyles rifiuta di annullarla quando John chiede l’intervento del giudice arbitro del torneo. Spacca qualche racchetta, gli dà dell’«idiota incompetente». Una battuta che non ha il sapore del sarcasmo come 9 anni più tardi, quando agli Australian Open dà del «capellone» al calvo giudice arbitro Peter Berrenger.

Proprio John che aveva un diavolo per riccio ogni volta che gli toglievano quello che pensava di essersi guadagnato sul campo. Battibeccava con tutti, si grattava la testa, tormentava i calzoncini, e ondeggiava avanti e indietro prima di caricare la spalla, colpire la palla e precipitarsi a rete.

Una rete che insegue a ogni battuta come chi insegue il proprio limite perché si sente legato a filo doppio con l’impresa. Mentre in allenamento preferisce giocare partite di doppio, in campo John si divide in una doppia partita. Una con l’avversario al di là della rete, l’altra con gli avversari seduti ai bordi del campo e lo sguardo fisso sulle linee.

Eppure, senza quelle linee John non sarebbe diventato il più creativo dei tennisti di tutti i tempi. Il rispetto superstizioso che hanno per le linee del campo è lo stesso che l’essere umano ha per l’ospite del campo santo. Per entrambi sono linee di confine: la vita di una partita, la vita di una vita. Perché meno spazio ha il tennista per mettere la palla nel campo, più la sua immaginazione trova spazio per inventarsi un colpo, e sopravvivere.

Quando nel 1993 esce per sempre dalle linee di un campo da tennis, John sembra liberato, non perso. Così libero che nell’ultimo torneo vinto della sua carriera fa una cosa che non gli era riuscita prima. «Papà, c’è mamma al telefono» grida al momento di giocarsi il match point, quando squilla un telefono tra gli spalti dello stadio di Chicago.

Il sarcasmo è il contrario della piaggeria. E divertire ha la stessa radice di diverso. Il sarcasmo è una costola della creatività. Senza il sarcasmo non ci sarebbe il caffè di Gramellini sulla stampa, Crozza nel piccolo schermo, Woody Allen nel grande schermo. Senza il sarcasmo non ci sarebbe Arthur Schopenhauerin filosofia, Jorge Luis Borges in poesia, Sherlock Holmes in letteratura.

Chi il sarcasmo lo subisce poi di sarcasmo si sbizzarrisce. Lo dice uno studio della Harvard Business School dopo che i ricercatori hanno osservato il comportamento di chi si è trovato in una situazione sarcastica rispetto a chi invece ha vissuto un’esperienza sincera o neutrale. Il sarcasmo – sostiene il risultato della ricerca – ha aumentato la loro attività cerebrale e la loro capacità creativa.

Perché affrontare il sarcasmo è più impegnativo di ogni altro avversario, come John lo è per ogni suo avversario. Lo sforzo mentale che richiede la risposta a una battuta sarcastica non è adatto per chi fa vita sedentaria a fondo campo. Costringe le persone a prendere posizioni che preferirebbero non prendere. Ad abbandonare il divano dove i loro neuroni sono spaparanzati e a darsi da fare per stare al gioco. E per farlo devono inventarsi qualcosa. «Prova a dare un’occhiata al tuo Mirror per capire chi è che rincoglionisce i ragazzi» è il sarcasmo che John tira fuori dal suo repertorio, quando il giornalista del Mirror Alastair Campbell gli chiede se accetta che milioni di giovani facciano di tutto per seguire le sue gesta.

In effetti, fuori del campo non è un esempio da seguire come gli spettatori seguono una palla che rimbalza da una metà all’altra del campo. Si allena per poche ore al giorno. Frequenta poco la palestra. Mentre il suo rivale la sera prima di ogni incontro ascolta il suono delle corde delle sue 50 Donnay, John ascolta il suono delle corde di Joan Jett and the Blackhearts. E si riempie lo stomaco di prodotti McDonald’s e salatini.

Eppure, dal serviti e mangia John passa al servizio e volée con provvidenziale naturalezza. Piedi paralleli alla linea di fondo campo, spalle rivolte alla rete. Si abbassa e si piega per tirare fuori dal nulla la racchetta e la palla con dentro impresso il colpo che pretende da sé stesso. Un movimento che è costretto ad adottare a causa di un dolore alla schiena. E così scopre che può nascondere le sue intenzioni all’avversario e fare il gioco che preferisce: precipitarsi sotto rete subito dopo avere colpito la palla in prima battuta.

Da lì disegna traiettorie mai tracciate prima, lungolinea come voli di linea, volée mai viste passare sopra la rete. John è estremo come i limiti che vuole battere. È al di là del confine dell’estremità, là dove la realtà non può più essere realtà, ma solo immaginazione. Perché con la sua immaginazione crea le proprie impossibilità e con il suo mancino le rende possibili.

Si lancia in avanti, oltre la rete della realtà per vedere dove riesce a tirare la sua immaginazione. Un gioco che – come il sarcasmo – non teme le reazioni dell’avversario, ma le attira. Un movimento che cerca a ogni punto un dialogo con tutto il resto. Con l’avversario, nella risposta alla sua battuta. Con il pubblico, a ogni applauso per un colpo vincente. Con l’arbitro, a ogni chiamata di «Out». Con sé stesso, nel suo personale conflitto.

C’è un uomo d’affari seduto tra il pubblico del campo numero 1 di Wimbledon. Cerca tennisti, soprattutto americani. Li cerca perché vuole che indossino le sue scarpe da tennis. Li cerca giovani e con un carattere che li distingua dalla massa. Li cerca con quel logo impresso sulla propria vita perché vuole associarlo allo swoosh del logo cucito sulle sue scarpe.

Alla fine della partita l’uomo d’affari chiama il vincitore, un newyorchese di 18 anni, e gli propone un contratto per indossare le sue scarpe da tennis. Era il 1977. Le scarpe erano le Nike, il ragazzo diciottenne era John McEnroe.

Andrea Ingrosso

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