25 febbraio 2020

Concezionali
Narrazione

I fallimenti di Samuel.

di Andrea Ingrosso

Tolse il fermo, lo lasciò ticchettare senza fine e disse: «È questo il ritmo che voglio». La nettezza del carattere, la profondità delle emozioni, la posizione delle luci: non era questo che prima di tutto cercava di mettere in scena. Inseguiva invece il passo della parola, il suo tono da imprimere con la voce, il ritmo da tenere con il suono. Per questo durante le prove portava in teatro un metronomo. Lo metteva per terra e lo lasciava rimbalzare da un capo all’altro. Tik, tok, tik, tok, tik, tok. Così, indicava agli attori quello che non avevano saputo cogliere dalla lettura del dramma che aveva scritto.

Per Samuel scrivere era scendere al di sotto della superficie, verso l’autentica debolezza dell’essere. Era la stessa cosa che chiedeva a chi doveva salire sul palcoscenico per trasmettere quello che c’era sotto le sue parole. A volte scopriva di non riuscire a scriverne per più di 2 ore. 12 righe al giorno erano un successo, mezza pagina quasi un trionfo. E così, scrivere richiedeva una concentrazione che poteva trovare solo in un luogo isolato. Il silenzio che circondava Samuel mentre scriveva era lo stesso che poi il lettore poteva sentire arrivare dalla pagina.

Dentro quel silenzio cercava di convertire la solitudine – la peggiore delle condizioni – nello stare da solo: la migliore secondo Samuel. Ma non riusciva a capire dove finiva l’una e iniziava l’altro. Poco male visto che il destino gli riservò più la prima condizione: fu così che si accorse di convivere meglio con la solitudine. Solo quando il lavoro non si popolava di parole come lui avrebbe voluto, la distinzione finiva per sembrargli solo una faccenda da vocabolario. Quel confine diventava un circolo vizioso: più si abituava al silenzio del luogo, più temeva l’arrivo del rumore dell’uomo. In quel momento sentiva meno il peso del mercurio e molto di più quello del piombo.

«Fuori i contadini raccolgono sotto la pioggia le ultime bietole e dentro un idiota trema nella sua rovina da due soldi». Il suo umore era già depresso quando arrivavano notizie devastanti. Colpi di scena che avrebbero messo al tappeto chiunque. Non Samuel che da ragazzo andava in palestra a tirare di boxe. Non ci metterà molto a imparare a tenere la guardia di fronte alla vita. Ribalterà come un calzino il suo umore ogni volta che la realtà gli si sarebbe rivoltata contro. Così, dava il meglio di sé quando il destino lo chiamava ad aiutare gli altri.

«Non c’è bisogno che vi dica che potete contare su di me per un aiuto fino all’ultimo soldo». Era una frase che avrebbe ripetuto più volte nella corso della sua vita. L’11 dicembre del 1957 la disse a Con Leventhal. Lui aveva sposato Ethna, un vecchio amore di Samuel: le avevano diagnosticato alla gola un cancro allo stadio terminale. E anche quando ricevette la lettera dal cugino John che lo informava della morte improvvisa del fratello Peter, non si sottrasse al destino. «C’è un modo per aiutarvi economicamente? Serve del denaro per le spese mediche? Per un’automobile per la vedova? O per qualche altra cosa?»

La sua generosità era senza fondo e senza distinzione: potevano essere parenti o tutt’altro. Tirava fuori il libretto degli assegni e li firmava uno dopo l’altro, come quello che spedì per pagare l’operazione del figlio di un semplice conoscente. E anche quando venne a sapere che dalla Svezia stavano per arrivare 373 mila corone, decise numerosi pagamenti ancora prima di ricevere tutti quei soldi. Ora che aveva ritrovato una certa stabilità almeno economica, Samuel si rimise a rileggere tutti i drammi di Racine. Quella dieta claustrofobica lo costrinse a concentrarsi sugli elementi essenziali del teatro: Tempo, Spazio, Discorso. Dopo tanti lamenti e mugugni sarebbe tornato a quello che chiamava il lavoro vero della scrivania.

Gli era chiaro quanto il suo futuro sarebbe stato rovinato dalla celebrità. «Catastrofe» fu la parola che pronunciò quando lo informarono che l’Accademia Svedese gli aveva assegnato il premio Nobel per la Letteratura. Decise di darsi per latitante. Per giorni non diede notizie di sé. Fece girare la voce di essere partito per una lunga vacanza. Scese anche nei dettagli: una crociera. E per giorni non scese nel foyer dell’albergo dove dozzine di giornalisti lo aspettavano per strappargli qualche parola o un’intervista. Alla fine riconobbe di essere stato scoperto nella latitanza di quella stanza di albergo. E decise di affrontarli tutti, ma a un patto: si sarebbe concesso solo a qualche foto, ma non avrebbe concesso a loro nessuna parola. Dalla sua bocca non ne uscì neanche mezza, nonostante tutta quella loro lunga attesa, mentre continuava a dare boccate a un sigaro.

Quello che non si fece attendere fu il successo di Aspettando Godot. A Broadway furono 100 le repliche che andarono in scena: Samuel stava guadagnando un sacco di soldi. Servivano a bilanciare il vizio della sua generosità, ma non gli fecero dimenticare l’anno 1930 quando era rimasto senza un soldo. Il successo o il fallimento al botteghino non lo avevano mai interessato. Si sentiva molto più a suo agio con il secondo. Per questo non rimase scosso la sera del 3 gennaio del 1956 per l’esito della prima americana di Aspettando Godot al Coconut Grove Playhouse. Qualcuno da Miami lo informò con un telegramma: «È stato un fiasco». «Sono rimasto immerso nella sua atmosfera vivificante per tutta la mia vita di scrittore».

Una vita che era iniziata proprio come un’immersione. Da ragazzino si tuffava a braccia aperte da un albero alto 18 metri. Si aggrappava ai suoi rami bassi per fermare la caduta prima di toccare terra. Amava tuffarsi dalle piattaforme più alte: dal trampolino di una piscina, dallo scoglio di un mare, dalla scrittura di una pagina. Nel tuffo ritrovava quelle dosi di libertà e pericolo che avrebbe sempre ricercato nel corso della sua vita.

Da adulto è un altro il tuffo che farà. Il tuffo nell’alcol. È a Parigi che Samuel inizia a bere. Mai prima delle 5 del pomeriggio. Orario che avrebbe rispettato per tutta la vita. Chambertin, Mandarin-Curaçao, Fernet-Branca e il John Jameson, la marca di whiskey irlandese che più preferiva. Se la scrittura fluiva sulla pagina come il J.J. nel bicchiere, allora il suo tempo passava veloce e non sentiva il bisogno di togliere il tappo alla bottiglia. Ma quando, come spesso accadeva, il tappo della creatività bloccava il flusso della sua scrittura, la tensione di Samuel saliva e da quell’altezza si tuffava nel degrado del grado alcolico.

Lo stesso degrado che cercò di affrontare la domenica mattina del 9 agosto 1981. Aveva in mente di scrivere 3 brevi paragrafi di una nuova prosa che poi avrebbe intitolato Worstward Ho. Il tema era il degrado della scrittura: il fallimento del linguaggio. Ogni volta che si dice una cosa si finisce per disdirla. Così, il linguaggio conduce la lingua verso una fine estrema. Verso quel peggio che la scrittura non può più peggiorare.

Eppure, con o senza alcol in corpo, Samuel Beckett sarebbe tornato sulla scrivania ancora per altri 8 anni. E con l’umore che sempre lo aveva accompagnato: «Tutto come prima. Nient’altro meglio. Provato sempre. Fallito sempre. Fa niente. Provare di nuovo. Fallire di nuovo. Fallire meglio».

Andrea Ingrosso

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