24 maggio 2019

Concezionali
Narrazione

Verso l'ignoto del Nanga Parbat.

di Andrea Ingrosso

Lo studiava come un attore studia la sua parte prima di entrare in scena. La montagna non è solo salire in vetta: quello è soprattutto palcoscenico. Dietro una spedizione c’è quello che – battuta più, battuta meno – c’è dietro a ogni lavoro teatrale: un duro lavoro di prove e di attese. Un dietro le quinte fatto di finestre di bel tempo da aspettare prima di partire. E di su e giù continuo per allestire le basi, le uniche che possono sostenere quelle altezze. A 5.900 metri la temperatura scende e non trova nulla che la possa fermare.

Così, salire e mettere in piedi il campo 1 per poi scendere e dormire al campo base. E poi salire ancora più su a montare il campo 2 e poi tornare al campo 1 a riposare. E ancora salire oltre a mettere su il campo 3 e poi venire giù al campo 2 a recuperare le energie. È un saliscendi che diventa vitale per abituare il corpo al saliscendi fatale delle temperature. Basta che il vento cambi all’improvviso e la lancetta oltrepassi il 17 perché la temperatura scenda a 30 gradi centigradi sotto lo 0.

È contro la legge dell’alpinismo esplorare fino a un certo punto. La spedizione ha bisogno di andare fino in fondo. Anche se quel fondo è una vetta che non raggiungerà mai. Perché il cuore di chi arrampica ama solo quello che si porta addosso. Battiti che non si accontentano di sapere e basta. Vogliono conoscere e per farlo hanno bisogno di tutto lo spazio per staccare i piedi da terra e portarli in cima.

Così, anche la spedizione ha un cuore che ogni montagna in tutti i suoi spazi sa riconoscere. E anche se è sempre difficile aprire una nuova via sui suoi fianchi, viverla in ogni azione dell’arrampicata rimane la conquista più grande. Alla fine, esplorare è stare sempre al fianco dell’altro e ogni volta in un modo sempre diverso. Anche se la salita li accompagna con tutti i rischi che comporta andare verso l’ignoto.

40 volte il Monte Bianco. 2 volte l’Everest. La più grande montagna del pianeta Terra per perimetro. 8.126 metri verso la grandezza senza limiti: quell’ignoto dove tutti proviamo a cercare chi siamo. Nessuna via di mezzo. Il sole quando ti prende di mira ti cuoce. Il freddo quando sbalza la temperatura ti balza addosso. E non ti lascia più. 28 persone su 100 hanno lasciato la loro vita lì, su quelle pareti: è la percentuale che misura la mortalità di chi sale per misurare i propri limiti sul Nanga Parbat.

In 18 anni 28 tentativi falliti: la montagna nuda che non è mai stata scalata d’inverno. È questo il record da raggiungere come la sua vetta. Ci prova un visionario inglese per primo nel 1895 senza guida e senza tecnologia, come vuole l’alpinismo moderno. Frederick Mummery gira metà dell’enorme piede del Nanga Parbat fino a quando non scorge uno sperone di roccia in mezzo a una parete di 4.000 metri sul suo versante nord-ovest: il Diamir.

Lì, su quel fianco vede, una via di accesso diretta alla cima della montagna. Ma non vedrà mai l’enorme conca di neve e ghiaccio che poco più su a oltre 7.000 metri apre la via alla vetta. Mummery lascia la sua vita a quella montagna e il suo nome a quello sperone. Proprio lì da qualche parte qualcuno nel 2016 lascia un messaggio dentro una bottiglia.

«Da solo, in inverno non è possibile con mezzi leali. Grazie per avermi ispirato. D. N.». Sono le parole di un alpinista italiano. Le dedica a Frederick Mummery durante la spedizione fallita in inverno a poche centinaia di metri dal traguardo. Quella volta la rinuncia di Daniele prevale sulla follia di proseguire fino alla vetta. C’era la vita di Alì Sadpara da salvare, l’alpinista pakistano che dal 25 febbraio 2019 si impegnerà nelle ricerche per salvare invece la sua. Scrive le parole su un pezzo di carta che le raffiche di vento a 100 chilometri orari sballottano da una roccia all’altra e che le valanghe coprono a 6.450 metri. Nessuno è mai salito oltre quella quota su quella via.

Tutti gli uomini che hanno spostato il limite hanno spostato il mondo. Ma per affrontare le salite invernali sugli ottomila devi rilevare gli spostamenti del ghiaccio, devi spostarti per raccogliere tutte le informazioni possibili. E qualsiasi cosa – tu, la neve o il ghiaccio – si sposti devi sentirlo per memorizzarlo. Solo così puoi sopravvivere sul Mummery.

Alì Sadpara si sposta sulle prime rampe di ghiaccio cristallino che portano allo sperone Mummery. A 5.600 metri il campo 2 è completamente distrutto. Una valanga è passata e ha portato via tutto. Le tende sono lì schiacciate sotto mezzo metro di neve. Alì Sadpara recupera gli oggetti personali dei due alpinisti e poi insieme alla squadra di soccorritori si sposta con grande velocità per ridurre al minimo i rischi. Poco peso, niente corde fisse. Raggiungono il campo 4 a 6.000 metri, il punto dove Daniele Nardi e Tom Ballard avevano lasciato l’attrezzatura e trasmesso le ultime notizie. È il 21 febbraio 2019.

«Ancora una notte di neve, ancora un giorno al campo base. Le previsioni meteo di domani dicono che la perturbazione dovrebbe finalmente abbandonare la montagna e lasciare il posto a una finestra di bel tempo. Avremo quindi modo di guardarci intorno, valutare le condizioni della montagna ed elaborare una nuova strategia per i prossimi giorni. La fiducia non manca, ci serve giusto un po’ di fortuna…e si riparte!»

Poi, nessun segnale dai sistemi gps. Nessun segnale dal telefono satellitare. Solo silenzio.

La corda è tesa per il peso del suo corpo attaccato allo sperone Mummery, come il corpo del suo compagno di cordata 20 metri più in basso. Nessun segno di valanga. Solo una macchia rossa e una macchia blu sul bianco della neve: le sagome delle loro giacche a vento tra i 6.000 e i 6.200 metri. Sono quasi all’uscita della via. Anche questa volta, la quinta, Daniele si ferma a pochi metri dal traguardo.

Un dramma che solo il teatro del Nanga Parbat poteva mettere in scena. Scendono in coppia lungo quella corda. Uno precipita, l’altro tenta di portare soccorso. Rimangono intrappolati nella loro stessa libertà. Lanciano segnali di luce per chiedere soccorso al campo base. Ma a quelle altezze arriva solo il buio che lentamente spegne le loro vite. Muoiono della morte più crudele: di solitudine, di freddo, di ignoto.

Il 2019 come il 1895. Solo 124 anni in meno, con più neve e meno attrezzatura, che oggi potrebbe stare solo nella teca di un museo. Insieme alla sua giacca in tweed e agli scarponi di pelle chiodata, Frederick Mummery cerca con la brigata di gurkha di salire i fianchi mai scalati dalle mani e dai piedi di un uomo senza mezzi artificiali.

Tom scivola veloce sugli sci. Daniele ciaspola sulla neve alta. Battono la traccia fino all’inizio del ghiacciaio e poi rientrano. Spalano la neve, guardano un film, fanno quattro chiacchiere, una partitella a scacchi. Prima di lasciarsi andare verso l’ignoto a cercare sé stessi.

Andrea Ingrosso

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