4 giugno 2020

Concezionali
Narrazione

La liberazione di Hemingway.

di Andrea Ingrosso

È un uomo quello che pedala nel pieno della notte sulla sponda del Piave occupata dai soldati italiani. Corre come un proiettile sulla bicicletta per raggiungere al più presto l’avamposto. Porta sigarette e cioccolato ai compagni in trincea con la stessa velocità del proiettile a frammentazione che gli sta andando incontro. È partito da un colpo di mortaio lanciato dagli austriaci. Contiene 18 litri di rottami di ferro. 28 sono le schegge che l’8 luglio del 1918 un medico gli estrae tra le centinaia trafitte nella gamba. Quella guerra per Ernest è finita, ma un'altra guerra lo riporterà al fronte, in Normandia, questa volta da corrispondente per raccontare lo sbarco e la liberazione dell’Europa dal nazismo. Nel frattempo una nave lo sta riportando a casa come un eroe. Non la pensa così sua madre che dopo un periodo di convalescenza lo caccia da casa per le troppe libertà che si prende.

A combattere ci ritorna, ma con i pugni. Fa lo sparring partner per raccogliere un po’ di denaro prima di salire a bordo della Leopoldina e tornare in Europa. Questa volta non da soldato, ma da aspirante scrittore. La sua valigia è piena di lettere di presentazione scritte per lui da Sherwood Anderson. Saranno i punti cardinali di una mappa da seguire a Parigi dove lo scrittore gli consiglia di andare. Sylvia Beach, Ezra Pound, Francis Scott Fitzgerald, Gertrude Stein: a loro Hemingway sottopone i suoi racconti e propone a tutti quelli che incontra un paio di round per tenersi in forma. È tra un gancio e un montante che all’interno del proprio ring combatte un altro incontro: quello con sé stesso. C’è da mandare al tappeto quel vizio ingombrante che ha quando scrive di mettere il proprio ego tra il lettore e quello che scrive. «Condensa, concentra» lo incita dall’angolo il suo secondo, Gertrude Stein. «Troppa descrizione fine a sé stessa, troppo decorativismo» gli grida la poetessa che in quegli anni ha avviato un’operazione di sottrazione delle parole. C’è da ripulire la lingua inglese da una certa aria che si dà. E che gira ancora sopra le teste degli scrittori.

Sopra le cascate Murchison, sul Nilo Vittoria, è l’elica di un piccolo aereo da turismo quella che sta girando. Ha preso il volo il 21 gennaio 1954 dall’aeroporto di Nairobi Ovest con il piano di riprendersi poche ore dopo la terra nel Congo Belga. A sbattere le ali per stare alla sua stessa quota c’è anche uno stormo di ibis. Per evitare quella pericolosa compagnia aerea il giovane pilota, Roy Marsh, mette l’aereo in picchiata, ma sbatte contro i cavi di una teleferica abbandonata e si schianta al suolo. Dall’abitacolo il primo passeggero che esce è la spalla slogata di Ernest.

È la stessa che in un viaggio successivo da Butiaba a Entebbe sbatte contro il portellone di un DE Havilland Rapide a 12 posti che fatica a decollare. L’aereo cerca di sollevarsi da terra, ma riesce a farlo solo per pochi metri: alla fine si capovolge e precipita. Allo scoppio del portellone che si apre e dell’incendio che si propaga fanno da controcanto 4 lievi scoppi della riserva di bottiglie di birra Carlsberg, uno un po’ più forte della bottiglia di scotch Grand MacNish e uno ancora più forte della bottiglia di Gin Gordon. Sono gli unici che Hemingway sente. Poi, il silenzio. A parlare sarà solo la cartella clinica dell’ospedale di Nairobi: trauma grave, perdita temporanea della vista all’occhio sinistro, perdita dell’udito all’orecchio sinistro, paralisi dello sfintere, distorsione del braccio e della spalla destri e della gamba sinistra, una vertebra schiacciata, danni a fegato, milza e reni, ustioni di primo e di secondo grado sulla faccia, sulle braccia e sulla testa.

È un corpo forte quello di Ernest se alla fine riesce anche questa volta a rimettersi in piedi, e a tavola. Lì, si prende più di una libertà. I suoi piatti preferiti sono le cipolle con vino rosso per colazione, la carne con chutney e sottoaceti alla senape, la marmellata d’arance su bistecche d’orso. 3 bottiglie di Valpolicella al mattino sono poche. E allora, durante il giorno ci aggiunge la compagnia di un dauquiri, di uno scotch, di una tequila, di un bourbon, di un martini senza vermut. La liberazione che trova nell’alcol lo coglie sempre in diretta, la punizione che si prepara nella mente arriverà solo alla fine, in differita. Nel frattempo altri guai lo raggiungono: il mal di reni a causa della pesca nelle acque gelide della Spagna, un dito lacerato fino all’osso mentre dà pugni a un sacco da box, la frattura in diversi punti a un braccio per un incidente d’auto nel Wyoming.

Non è certo un incidente dei suoi quello che gli capita un giorno quando tampona un’auto senza lasciare nemmeno un graffio. Ma all’assenza dei danni sul lato posteriore fa da contrappeso la presenza di qualcosa di oscuro nel suo lato interiore. Si manifesta con la paura che lo sceriffo per quel tamponamento lo metta in prigione. Con il sospetto che i federali l’abbiano preso di mira per questioni fiscali sulla casa a Ketchum. Con il timore che l’FBI lo incastri per avere portato negli Stati Uniti una ragazza di Glasgow grazie al pretesto di pagarle un corso di recitazione. Sono i primi segni della demenza di Ernest. Di sottoporsi a una visita psichiatrica «non se ne parla proprio» ribatte a chi gliene parla. Alla fine cede di fronte alla diagnosi di un’ipertrofia al fegato dovuta a una vita incontinente che scorreva tra i continenti insieme all’alcol. Purtroppo avanza anche il pericolo che l’impronta digitale della sua scrittura – la scorrevolezza – non possa più lasciare il segno sulla pagina.

Impara a imprimerla nelle frasi al Kansas City Star. Ci entra nel 1917 per 15 dollari a settimana e una copia del breviario stilistico del giornale. Lì dentro ci sono i principi che la redazione deve rispettare: «i fatti e le persone si descrivono così come sono, senza forzature ideologiche, con frasi brevi e scorrevoli, capaci di mostrare quello che c’è invece di spiegare quello che è assente». Lavora duro per rispettarli tutti, fino in fondo. Poeti, editor e scrittori poi glielo riconosceranno. Ezra Pound è il primo a pronunciarsi: «Scrive la migliore prosa del mondo». Spende le sue parole anche James Joyce: «È un bravo scrittore, Hemingway. Scrive di sé stesso così com’è. A noi piace. È forte come un bufalo ed è pronto a vivere la vita di cui scrive. Non l’avrebbe mai scritta se il suo corpo non gli avesse permesso di viverla. Ma i giganti come lui sono sinceramente modesti: dietro lo stile di Hemingway c’è molto di più di quello che si crede». Francis Scott Fitzgerald lo raccomanda addirittura a Maxwell Perkins, l’uomo della letteratura americana che non sa scrivere romanzi, ma – dannazione – sa come farne uscire uno dai manoscritti che riceve. Quelli che gli arrivano da Hemingway «sono fatti di scrittura cruda, oggettiva, non letteraria» che la critica approva, non ancora il grande pubblico.

Eppure, è proprio a quel grande pubblico che nel gennaio del 1961 gli chiedono di scrivere per celebrare l’arrivo del nuovo inquilino alla Casa bianca. A casa, Ernest passa un’intera giornata per mettere giù qualcosa. Ma, «L’ispirazione non tornerà più» sono le uniche parole che gli vengono mentre piange in preda alla rassegnazione. Quelle del medico che ogni giorno va a misurargli la pressione devono invece essere davvero determinate, se alla fine Ernest mette giù il fucile con 2 cartucce pronte a esplodere. A quel punto il ricovero diventa necessario, come l’atterraggio per rifornire di carburante l’aereo che lo sta portando in ospedale. Ha giusto il tempo per uscire dall’abitacolo a fare 2 passi, ma quando vede un aereo che rulla sulla pista pronto a decollare quei passi diventano una corsa per andargli incontro.

Inutile farsi promettere che non lo avrebbe più fatto: la sua demenza ha assunto la forma della furbizia. In ospedale rispetta quello che i medici gli impongono, a casa lo vìola. È il silenzio della camera che invece riesce a non violare la mattina del 2 luglio 1961. Si alza alle prime luci dell’alba per cercare la chiave del ripostiglio dove tiene tutte le sue armi. Sceglie un fucile a canna doppia. Lo punta alla fronte e per l’ultima volta si libera della sua vita.

Andrea Ingrosso

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