28 giugno 2020

Concezionali
Narrazione

I bunker di Salinger.

di Andrea Ingrosso

C’è un reporter del Newsweek di fronte al 342 di Lang Rd a Cornish, nel New Hampshire. Mel Elfin sta aspettando il proprietario della casa nella sua auto già da una settimana. Nel frattempo intervista i pochi vicini disposti a parlare. Non è molto quello che riesce a raccogliere: gli piace conversare per ore di musica, di romanzi gialli, di buddismo zen, di poesia giapponese. Per il resto, così gli dicono, «lavora come un cane, lima e riscrive in continuazione». Più il cordone di attenzione verso il suo lavoro si allarga, più Salinger stringe il cordone di protezione attorno alla casa.

La sveglia suona alle 6 e mezzo. Consuma una leggera colazione e si abbandona a una breve meditazione. A volte la alterna a una seduta di yoga. Poi mette nel sacco il pranzo preparato in fretta. Non c’è tempo da perdere: lì a pochi metri, dentro la sua proprietà, il bunker lo aspetta. Lo ha messo in piedi con le sue mani: una costruzione in cemento con un grande lucernario e lo spazio necessario per una stufa a legna, un letto, alcuni scaffali, un tavolo. Se nessuno riesce a trovarlo è perché ogni giorno in quel rifugio Salinger si isola dal mondo per potere scrivere del mondo.

Ci provano in tanti a entrare nel suo mondo, anche con espedienti poco corretti. Il 13 novembre del 1953 accetta di rilasciare un’intervista a una studentessa del liceo di Windsor. Il giovane Holden è diventato il romanzo di formazione di una generazione. Il gesto di farsi fotografare con il libro in mano è diventato virale. Gli studenti imitano le gesta del protagonista, sbottano con le stesse imprecazioni, si mettono addosso abiti simili. L’Università del Michigan offre a Salinger addirittura una cattedra. La risposta che arriva è secca come la sua scrittura: «Grazie, ma preferisco restare a Cornish».

Lì allora masse di studenti lo vanno a stanare per incontrarlo, ma senza fortuna. Proprio quella che invece ha Shirlie Blaney, ma quando la accoglie in casa per l’intervista Salinger scopre che dietro la studentessa c’è in realtà il Daily Eagle-Twin State. Usare lei è l’unico modo che il giornale ha per arrivare a lui. L’episodio segna la fine dei suoi rapporti con il mondo studentesco e l’inizio della recinzione attorno alla sua proprietà. Quando termina di costruirla l’isolamento di Salinger dal mondo è completo.

Solo dalla famiglia non si separa. Anche quando divorziano, Claire Alison Douglas – che ha sposato il 17 febbraio del 1955 – resterà a vivere nella casa di Cornish. A lei infatti è affidata la custodia dei due figli, Matt e Margaret, e per continuare a vederli Salinger si accorda con la moglie perché rimanga. Ma tra una vita dedita alla famiglia e una vita dedita alla scrittura, Salinger sceglierà sempre la scrittura.

Scrive solo con due dita che a turno picchietta sui tasti della macchina da scrivere. Siede su un sedile di automobile foderato in pelle. Alle pareti del bunker sono appesi gli appunti della storia che sta scrivendo. Lì dentro ci resta ogni giorno per 12 ore di fila. A volte arriva anche a 16, e capita che ci torni anche dopo cena. A quel punto ci passa la notte, ma non per dormire. L’acquisto nel 1953 di quei 90 acri a 400 chilometri da New York gli hanno prosciugato tutti i guadagni delle vendite del Giovane Holden. Ma in cambio quella proprietà in mezzo al bosco della collina di Cornish gli ha restituito la tranquillità persa durante i mesi di depressione dove la guerra lo ha fatto cadere.

Quando l’8 maggio 1945 l’esercito tedesco si arrende, Salinger si isola per tutto il giorno dai compagni del Primo battaglione dei corpi di segnalazione. Passa la giornata disteso sul letto a fissare la sua calibro 45. Mentre la stringe tra le mani «Che cosa avrebbe provato sparandosi un colpo?» è la domanda che lo prende di mira. L’episodio dà il peso dello squilibrio che la guerra gli ha lasciato dentro e che continuerà a portarsi addosso anche quando farà ritorno a casa.

Per uscire dal centro di quel bersaglio nel gennaio del 1947 decide di andare a vivere da solo. Si accontenta di un garage a Tarrytown nello Stato di New York. Dopo 2 anni di guerra e 8 mesi di silenzio Salinger fa fatica a riprendere il passo, proprio lui che ha sempre dimostrato di sapere camminare con le parole sulla pagina. Precisione ossessiva, frasi scorrevoli, dialoghi orecchiabili: anche il The New Yorker glielo riconosce quando riceve il suo nuovo racconto. Ma quello che secondo la redazione manca è il senso della storia. Oh, sì certo è scritto bene, ma Un giorno ideale per i pesci banana rimane incomprensibile. «Manca della trama», gli fa notare William Maxwell. Salinger non fa una piega, si riprende il racconto per lavorarci sopra 1 anno intero. Passa ogni parola sotto il suo occhio clinico, asporta quelle non fanno passare la linfa vitale alla scrittura, ne trapianta altre capaci di rivitalizzare la sua creatura. Alla fine viene accettata. È un trionfo. È la sua ripartenza: un contratto e un salario annuale con il diritto di prelazione per la rivista attendono la sua firma. Da quel giorno, tutti i racconti prenderanno la strada della redazione del The New Yorker.

Ma per arrivare a scrivere quello che tutte le riviste gli chiedono, Salinger deve autoimporsi un isolamento. Così, nel 1961 trova un posto sulla sopraelevata della Third Avenue a New York. In quel buco va avanti a sandwich e fagioli per avere più tempo di vederci chiaro sulla storia che sta scrivendo. Eppure, la vista della sua scrittura non regge tutta la larghezza che uno scrittore deve sapere gestire nella narrazione di un romanzo. Lui si trova a suo agio solo nello stretto spazio di un racconto. Alla fine, Il giovane Holden sarà il risultato di un montaggio di racconti: tante storie slegate l’una dall’altra che poi legherà in un’unica lunga storia con una corda. La stessa che Holden Caulfield lancia per acchiappare i bambini e impedire che cadano nel pozzo dell’età adulta, e che Salinger usa per acchiappare sé stesso e non precipitare nel vuoto della depressione. Alla fine il protagonista diventa adulto senza calpestarsi e Salinger ritrova un po’ di vita in quel male di vivere che sempre lo accompagnerà.

Il romanzo è alla quinta ristampa. Le vendite non smettono di salire e in pochi mesi Il giovane Holden svetta nella classifica dei bestseller del New York Times. Da lassù Salinger non può sfuggire a quello che la popolarità gli scatena dietro. Le cene di gala se lo contendono a colpi di inviti. Le donne sgomitano per uscirci assieme. I giovani fanno la fila per un autografo. Alla fine, si concede a donne che non gli piacciono. Torna a casa ubriaco dalle feste. E fuori della porta si ritrova estranei appostati attorno al bunker di Cornish. Alcuni cercano di scavalcare la recinzione, altri si arrovellano per tendergli un’imboscata. Altri ancora non ci stanno proprio con la testa e lasciano nella cassetta della posta lettere di minacce a lui e alla sua famiglia.

Da quel giorno la protezione della sua vita privata diventerà un lavoro a tempo pieno. Chiederà a Dorothy Olding di bruciare le oltre 500 lettere che dal 1941 inizia a scrivere alla sua agente letteraria. Farà la stessa richiesta ad amici, familiari, colleghi scrittori. Dei suoi racconti resterà l’unico lettore: li seppellirà da qualche parte nella sua proprietà. «Pubblicare un romanzo è una cosa maledettamente imbarazzante. Se uno è così fesso da lasciarsi convincere a farlo, tanto vale che esca a passeggiare giù per Madison Avenue con le brache calate». Il silenzio che farà calare sulla sua immagine di scrittore sarà la più grande operazione di marketing nella storia dell’editoria. Lo proteggerà fino al 27 gennaio del 2010, il giorno della sua morte, l’ultimo bunker di Salinger.

Andrea Ingrosso

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