4 marzo 2020

Concezionali
Narrazione

Cattive notizie da uno specchio.

di Andrea Ingrosso

Quando entrò in quella casa percepì subito la netta sproporzione. C’era una grande quantità di piccole cose, ma di tutte c’era un’unica quantità. 7 erano i bicchieri, i coltelli, i tovaglioli. 7 le sedie, le forchette e i cucchiai. 7 erano anche i letti, ma nessuno così grande da offrirle lo spazio necessario per distendersi. Così, dopo avere mangiato quel poco che era riuscita a trovare, fece di quei 7 letti un letto solo e si addormentò.

Anche lavorare in miniera faceva percepire a quei 7 una netta sproporzione. Là sotto ogni giorno scavavano una cosa tanto gigante come una montagna per estrarre una cosa tanto piccola come una pietra preziosa. E come sempre tra le tante piccole cose che possiamo incontrare ce n’è sempre una più piccola di tutte.

Cucciolo fu l’ultimo a entrare in casa, Gongolo il primo a esprimere tutta la sua felicità di esserci tornato. E in cucina c’era già qualcuno che si stava lamentando. Era Brontolo: il suo bicchierino e il suo piattino erano spariti. Anche Pisolo non era da meno in brontolii: cercava il suo piccolo letto e invece ci trovò sopra qualcuno di grande che stava dormendo.

Si svegliò con 14 occhi puntati addosso ad altezza di comodino. Due la guardavano con tenerezza: erano quelli di Mammolo. Altri due avevano lo sguardo raffreddato: era Eolo che starnutiva. Gli occhi curiosi di Dotto invece iniziarono a indagare: «E tu che cosa ci fai in casa nostra?»

Se uno specchio troppo pettegolo non avesse risposto alla domanda della sua matrigna, in una casa di 7 nani Biancaneve non ci sarebbe mai finita. Era un giorno di inverno quando la regina stava in sua dolce attesa. Dentro il palazzo la tensione saliva per il lieto evento, fuori la neve scendeva per imbiancare tutto. «Come mi piacerebbe avere una bambina bianca come la neve».

La regina morì nel darle la vita mentre partoriva. La bambina si prese tutta quella vita mentre nasceva e tutta la sua bellezza mentre cresceva. Ma non fu per lei un buon affare: il re si risposò con una donna tanto bella quanto ambiziosa. Nessuno doveva essere più bella di lei: uno specchio la informava su questa supremazia. Ogni giorno lo interpellava per sapere chi era la più bella del reame. E ogni giorno lo specchio soddisfaceva le sue brame e le dava la risposta che stava aspettando.

Ma arrivò il giorno che la risposta dello specchio cambiò. La figlia del re era cresciuta: ora aveva 7 anni ed era sempre più bella. Così bella che per lo specchio era diventata la più bella del reame. Una notizia da fare saltare i nervi a una persona come la regina: la sua regalità andò su tutte le furie, la sua ambizione si trasformò in superbia, la sua mente escogitò un piano.

Condurre Biancaneve nella foresta, ucciderla nel silenzio della natura, portare il suo cuore come prova della sua morte. La regina incaricò di tutto questo un cacciatore. Lui accompagnò la bambina nella foresta, ma le risparmiò la vita: sapeva che là dentro gli animali feroci non avrebbero fatto altrettanto. E mentre lei si incamminava nel cuore della foresta, lui portò alla regina il cuore di un piccolo cinghiale dopo averlo ucciso come prova della buona notizia che stava aspettando.

Fu lo specchio invece a portarle la cattiva notizia. Dicono che le notizie – soprattutto quelle di prima mano – vadano sempre controllate in ogni loro riflesso. E lei in casa aveva un controllore capace di riflettere tutta la verità in fatto di bellezza. Quando quel giorno si rivolse allo specchio, era sicura di ascoltare la notizia che si aspettava. Mai avrebbe immaginato di ricevere in risposta alla sua domanda di rito una notizia del tutto contraria. Biancaneve era ancora la più bella del reame. Biancaneve era ancora in vita.

Camminava ormai da un sacco di tempo e la speranza di trovare qualcuno che la aiutasse era sempre più piccola. Piccola come la casa che a un certo punto vide davanti a sé. Era così piccola che fece fatica a entrarci: lì dentro tutto era di un’altra misura. I piatti erano dei piattini, i cucchiai tutti cucchiaini, le forchette solo forchettine.

Grande invece era il piatto dove la regina stava preparando una mela velenosa con un coltello e una forchetta. Doveva riconquistare la supremazia sulla bellezza che aveva perso. Aveva un piano in testa e per realizzarlo si era travestita da contadina. «Biancaneve deve morire, dovesse costarmi anche la vita».

Una vita quella di Biancaneve che ora era diventata preziosa per i 7 nani come le pietre che ogni giorno estraevano dalla montagna dove lavoravano. Quel mattino, prima di partire per raggiungerla, il più saggio dei 7 ordinò a Biancaneve di non aprire la porta a nessuno. Dotto sapeva che la regina avrebbe fatto di tutto per tornare a essere in tutto il reame la più bella.

Quando bussò alla porta Biancaneve aveva appena finito di rammendare i pantaloni di Eolo e stava rifacendo il letto di Pisolo. «Non posso aprire a nessuno. I 7 nani me l’hanno proibito». Di proibito c’era tanto in quel frutto rosso che la regina le aveva portato. [ E di fronte al proibito, come ci insegna una storia molto più bianca di questa, l’umano che è in noi cede. ]

Quel poco di umano che le era rimasto la regina lo sfruttò per concedersi ancora una volta allo specchio. «Specchio delle mie brame chi è la più bella del reame?» Ora che la risposta aveva riportato la bellezza sull’altezza del suo trono, la regina non riusciva a nascondere la felicità di sapere che Biancaneve era davvero morta.

Piansero per 3 giorni quando la sera al ritorno dal lavoro i 7 nani la trovarono distesa a terra senza vita. Eppure di vita sembrava ancora averne in volto: la sua bellezza riusciva ancora a illuminare i loro sguardi. Non potevano spegnerla nel buio della terra.

Decisero allora di non seppellirla, ma di fare costruire una bara di vetro e di portarla sull’altezza di un trono: la cima di una montagna. Solo lassù tutti avrebbero potuto vederla in tutta la sua bellezza. Passò molto tempo e quella bellezza rimase intatta. Più che una morte apparente quella di Biancaneve sembrava un sonno senza risveglio.

A portarlo fu un cavallo bianco. Sulla sua groppa sobbalzava il principe di un regno vicino. Durante il suo viaggio era stato attirato dai riflessi del vetro della bara. C’era il sole quel giorno, e come tutti al mattino si erano svegliati tra i riflessi della sua luce, così Biancaneve in quel momento si risvegliò tra le braccia del principe. La regina ancora non sapeva quali notizie quel giorno le avrebbero portato i riflessi del suo specchio.

Andrea Ingrosso

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